14 Dicembre 2022

All gender

Articolo scritto da

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Quali pratiche di trasformazione possono dissolvere le logiche binarie, di separazione e conflitto, che costruiscono assunti egemonici e contrappongono sempre due parti, creando gravi disuguaglianze e forme estreme di marginalizzazione?

“gran parte del più interessante lavoro recente sul queer estende il termine ad aspetti che non possono assolutamente essere classificati sotto il genere e la sessualità: ad esempio i modi in cui razza, etnia, e nazionalità postcoloniale si intersecano con questi e con altri discorsi sulla costituzione o sul funzionamento dell’identità.”

Uno dei termini che negli ultimi decenni ha iniziato ad apparire sempre più frequentemente nella saggistica dedicata alle questioni di genere è Queer. Tanto più interessante se si pensa che è una parola oggetto di una riappropriazione culturale attuata dalla comunità LGBTQI+, invertendo il suo significato negativo e offensivo di origine, che serviva a indicare come “buffi, strani, eccessivi” per lo più gli uomini omosessuali. Il termine ha rapidamente superato i confini del genere e si è affermato come metodologia di ricerca, come approccio filosofico, sia in ambito accademico che di attivismo per i diritti in genere delle comunità marginalizzate. Forse la prima definizione che contempla sempre più spesso una visione detta intersezionale, cioè che attraversa diversi campi di interesse e di rivendicazioni. 

Possiamo immaginare un sistema di pensiero che superi le dicotomie, cercando un’alternativa all’idea binaria del mondo?

Michel Foucault, nel fondante saggio La volontà di sapere. Storia della sessualità, indica la medicalizzazione e l’approccio scientifico al sesso, divenuta vera e propria disciplina in Europa nel XIX secolo, come il sistema non solo per costruire le definizioni delle “anormalità sessuali”, ma anche il sistema che “In nome di una urgenza biologica e storica, giustificava i razzismi di stato, allora imminenti. Anzi, li fondava come “verità”.  

Tutte le teorie nate intorno all’idea di queer, o ai processi di queering si basano su un assunto di fondo: superare l’idea binaria del mondo. Dunque, bianco/nero, eterosessuale/omosessuale, maschio/femmina, europeo/extraeuropeo, abile/disabile, umano/animale, e se ne potrebbero ancora citare molte altre. In buona sostanza immaginare una relazione tra tutti gli esseri del pianeta non più basata su una contrapposizione dicotomica, ma su una relazione di trasformazione continua, che non si alimenta nella contrapposizione tra due, ma scivola continuamente in diverse forme sempre in mutamento.

È immaginabile una cultura in trasformazione che sappia mettere in relazione tutte le istanze urgenti del presente: razzismi/razzializzazioni, diverse abilità, ecologismi/antispecismi,  e questioni identitarie di genere?

Le Queer Theories, che si sono sviluppate con diverse declinazioni e in diversi contesti, hanno in comune l’aver messo in chiaro che nessuna rivendicazione legata al genere, potesse essere presa in considerazione se non incrociandola con i processi di decolonizzazione, con le istanze femministe, con le pratiche di messa in discussione dei concetti di “abilità” e “disabilità”, con una visione ecologica e non specista del pianeta. Tutte le differenze oppositive, che comprendono sempre due categorie di pensiero e esistenziali in una maniera netta, ben definita, rigida, sono figlie di quel pensiero binario che in qualche modo disegna una regola, una norma (normalità) e una sua eccedenza o opposizione (anormalità). Il queer non ammettendo la dualità annulla radicalmente la necessità della norma, perché come scriveva Gilles Deleuze “C’è qualcosa di crudele, e anche di mostruoso, da una parte e dall’altra, in questa lotta contro un avversario inafferrabile, in cui il destino si oppone a qualcosa che non può da esso distinguersi e che continua a coniugarsi con ciò che da esso si separa.”. In altre parole, lo stesso atto del distinguersi dalla legge crea l’impossibilità della legge, della norma. Senza l’eccezione o l’opposizione, la norma non esiste, o meglio, noi concepiamo la regola, la norma, e quindi la normalità, solo perché esiste qualcosa/qualcuno che esce o si contrappone alla norma stessa, l’eccezione. 

In una cultura come quella occidentale ossessionata dal giudizio, dalla (ri)educazione e dal recupero, il “contronatura” è una figura irriducibile, per il semplice motivo che appare come parte della natura stessa. Ogni contrapposizione binaria non riesce a prevedere il cambiamento perché la sua stessa natura è determinata da un* “l’altr*”, “divers* da”. Per questo motivo le teorie queer hanno riscosso un’opposizione pubblica spesso molto violenta, perché propongono una natura che non si autolimita, ma che al contrario si manifesta nella sua essenza: la continua e inarrestabile trasformazione. La fluidità di ogni elemento in natura contraddice costantemente la visione dicotomica e oppositiva che non cancella le differenze, al contrario le esalta nella sua miriade di variazioni che non si possono ridurre alla sola dualità.

Possiamo assumere il concetto di “fluidità” come uno dei nuovi approcci al vissuto individuale e collettivo che possa favorire maggiori possibilità di trasformazione? 

Il filosofo transgender Paul B.Preciado descrive la sua nuova condizione sociale di “uomo trans” così: “E tutta via non avevo alcun desiderio di diventare un uomo come gli altri. Su di me, la violenza degli uomini, la loro arroganza politica non esercitavano alcuna attrattiva. Non avevo la benché minima voglia di diventare quello che i figli della borghesia bianca chiamavano essere normali e in buona salute. Cercavo solo una via di scampo: una qualsiasi. Per andare avanti, per sottrarmi alla parodia della differenza sessuale , per non finire in arresto, mani in alto, incastrato nei limiti della tassonomia.” La sua via d’uscita è il superamento di un’altra definizione a cui approdare per poter essere categorizzato e quindi accettato. Il passaggio, spesso imposto alle persone trans come unica possibile strada per una ricollocazione sociale, conduce i corpi, e quindi le menti e gli spiriti, da A a B, tenendo ben ferma la necessità di un A e una B. Dunque, chi galleggia tra i due, o chi da buon unicorno, decide di vivere in transito senza mai partire e senza mai arrivare, mette paura, perché non accetta più quella binarietà che consolida il potere della legge. Quando Michel Foucault scrive il suo saggio Gli anormali, enunciato durante i suoi corsi al College de France tra il 1974 e il 1975, propone diverse figure dell’anormale nella cultura occidentale, una tra queste è il mostro, che dice essere “tra l’impossibile e il proibito”. In queste due definizioni risiede a mio parere, l’archeologia del pensiero queer. Impossibile, perché eccede il possibile, cioè il mondo dell’ipotesi, che si fonda su un paradigma stabilito che prevede varianti, ma sempre dentro un preciso range di possibilità. E il suo essere impossibile non significa non possibile, ma possibile in così tante forme da uccidere il possibile. Il suo (im)possibile è l’essenza della irriducibile trasformazione. Proibito perché la sola forma di contenimento del mutamento inarrestabile, della mutazione come prassi quotidiana, è la sua censura. Il divieto blocca la transizione, e nel farlo, nel più totale paradosso, disegna un confine che appare non come un limite, ma come una materia liquida che non può mai smettere di ricostruirsi, ricrearsi, rinnovarsi per poter sempre funzionare come limite. 

Riusciamo ad immaginare la dolcezza e la cura come le nuove coordinate di un sistema di trasformazione radicale non violenta e aperta a qualsiasi individualità?

La cultura queer discute in maniera radicale, ma nello stesso tempo dolce e amorevole, l’idea di una identità che non possa subire trasformazioni nel corso del tempo, che possa scegliere di non collocarsi, di non darsi confine. L’amore è l’elemento costante, che alimenta un’idea di scambio che non conosce gerarchie, sopraffazioni o dominio. Una linea orizzontale di continua interconnessione, dove le vecchie visioni patriarcali binarie che costruivano ruoli prestabiliti, per esempio nelle relazioni uomo/donna, sono sciolte in una reciprocità che non alimenta contrapposizioni ma semmai invita alla fusione e all’indeterminazione. L’amore non si basa più sull’unione tra divers*, intes* come contrapposti, ma sulla coscienza condivisa dell’essere contingenti.

In estrema coerenza con questo la metodologia di ricerca queer non può immaginare di essere limitata, appunto confinata, alla sola sfera dell’identità di genere e/o sessuale, ma deve farsi matrice per l’abbattimento di qualsiasi tipo di normatività escludente, che possa vivere solo nel dare forma a una “alterità” che eccede la norma stessa. Se pensiamo solamente a come la cultura europea, quando ha iniziato a divenire una realtà continentale, seppure solo agli albori, cioè tra XVIII e XIX secolo, abbia dovuto inventare gli extra-europei, in una visione gerarchica e inferiorizzante verso chi era “fuori dal continente”, al solo scopo di giustificarne le invasioni coloniali, possiamo comprendere come il pensiero del normale e dell’anormale sia un assunto fondante della visione occidentale del mondo. Occorre quindi decostruire il pensiero binario a favore del pensiero delle differenze, fondato dai femminismi, e base essenziale di qualsiasi processo di trasformazione intersezionale, che non riguarda solo il genere ma l’intero sistema di vita e di relazioni umane.

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