2 Gennaio 2024

Femminismo e animalità: superare i dualismi, attraversare le differenze 

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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Il rifiuto dei dualismi attraversa tutti i femminismi non essenzialisti; in relazione alla questione animale, questo si caratterizza sia come volontà di svincolare il femminile dal versante naturale, cui è associato per subordinarlo e strumentalizzarlo, sia come volontà di mostrare come l’opposizione fra natura e civiltà è servita a garantire il privilegio di un certo tipo di umano in contrapposizione a tutto quanto rimane “natura” e può dunque essere inferiorizzato, dominato e sfruttato a vantaggio della “società” (o “civiltà” se prevale la connotazione razzista). Il dualismo umano/animale complica ulteriormente quello natura/cultura perché moltiplica le associazioni svalorizzanti e rivela che la naturalizzazione, di cui l’animalizzazione è una forma, investe gli animali umani e non umani, discriminando e gerarchizzando le differenze per sorreggere il suprematismo umano attraverso lo specismo. Una catena virtualmente senza fine, dal momento che ogni categoria è sempre scomponibile in ulteriori dicotomie, intrecciate in dinamiche di potere che le richiamano insieme: dopo aver separato l’animale dall’umano, infatti, si potrà ancora separare l’animale dall’animale, e l’umano dall’umano, e queste scissioni garantiranno solo a uno dei due lati del taglio di godere dei privilegi di specie, sesso, razza, o altro, ad infinitum

Val Plumwood, che ha elaborato approfonditamente la critica del dualismo come matrice della Modernità occidentale in Feminism and the Mastery of Nature (1993), ha affermato che la struttura dualistica forma la base di tutte le altre forme di oppressione, che trovano nella categoria di natura, una categoria per questa ragione profondamente politica, un campo di battaglia, per parafrasare Razmig Keucheyan, per l’esercizio dell’esclusione e del controllo sessista, razzista, colonialista e specista legati alla storia del pensiero Occidentale e alle sue pratiche. Criticare il dualismo significa, per Plumwood, anche elaborare un ecofemminismo critico: se la natura include tutto ciò che la ragione esclude, non è possibile stare dalla parte della natura senza prima investigare le forme di esclusione che ne delineano i confini. Le associazioni natura-corpo, natura-emozioni, natura-femminilità, natura-animalità, ma la lista potrebbe continuare, sono tutte inferiorizzanti e servono a naturalizzare le relazioni di dominio. 

La soluzione non è abbandonare la natura per aspirare allo status di umanità, perché anche quella di umanità è una categoria niente affatto neutra. Problematizzare la presunta neutralità delle categorie significa mettere in questione prima di tutto il razionalismo, l’universalismo, la ragione strumentale come attributi qualificanti l’umanità che divide e domina, e dunque la tradizione moderna che fa capo al meccanicismo cartesiano (e prima ancora al platonismo) e che approda alla morale kantiana. Il logocentrismo ha svalutato la differenza femminile e animale, definendola nei termini di passività, mancanza, materia bruta o non-coscienza. Il femminismo socialista, da Silvia Federici ad Ariel Salleh, imputa anche a Marx di porre natura, donne, animali sul versante delle risorse, e costruire il dualismo necessità/libertà in ottica specista, sessista e razzista: la libertà sarebbe prerogativa del solo lavoratore umano (maschio) che impiega la ragione e la tecnologia per svincolarsi dal bisogno e dagli istinti e così distinguersi dall’animalità, dominandola. Quasi un decennio prima di Plumwood, Marti Kheel parlava della liberazione della natura come di una questione “circolare” e assolutamente non concepibile in termini dicotomici, appellandosi a una visione dinamica del Tutto ispirata alla fisica quantistica (in anticipo sui tempi rispetto all’interesse del femminismo neomaterialista): circolare, qui, significa coinvolto, implicato nelle scelte morali dalle quali è impossibile astrarre razionalmente.  

Naturalizzazione, quindi inferiorizzazione, quindi polarizzazione sono, per Plumwood, i meccanismi attraverso cui l’umano egemonico si attribuisce una posizione di superiorità e si contrappone alla natura e agli esseri naturalizzati. La logica dualistica crea differenziazioni alienate, e dualismi che si agganciano in una fitta rete di connessioni, sempre anche materialmente radicate, non soltanto ideologiche, che si informano e rafforzano reciprocamente. I dualismi sono espressioni culturali di relazioni gerarchiche, che funzionano tramite dinamiche molteplici, afferma Plumwood, come il backgrounding (che porta a diminuzione e invisibilizzazione), l’esclusione radicale (che genera distanziamento e confinamento), l’incorporazione (che definisce altre e altri come mancanza). Le conseguenze sono la strumentalizzazione (in base alla logica mezzi-fini) e la stereotipizzazione/omogeneizzazione, evitabili solo approcciando la differenza in modo non gerarchico. Per affrontare il dualismo umano/animale serve, secondo Plumwood, trovare strumenti non riduzionisti che facciano luce sulle continuità fra somiglianza e differenza, e ricostruire le relazioni al fine di eliminare i legami di subordinazione sottesi alla logica dualista. Questo comporta anche fare a meno del dualismo soggetto/oggetto, ovvero osservatore/osservato, in azione per esempio nelle dinamiche di laboratorio in cui sono impiegati animali o nello studio etnografico di popolazioni non occidentali, un tema centrale nella critica alla Verità assoluta delle epistemologie femministe. L’agentività, intesa come capacità di agire anche senza dover presupporre la coscienza secondo parametri umani, è propria di tutti i viventi, e dei processi naturali a vario grado, e riconoscerlo è un modo per superare il meccanicismo ma anche l’individualismo umanista, nella direzione di un approccio relazionale: che sappia riconoscere la nostra continuità con il vivente più che umano e insieme rispettarne differenza e specificità.  

Né la posizione del femminismo liberale (uncritical equality) né quella del femminismo radicale (uncritical reversal), secondo Plumwood, smantellano davvero i dualismi, ma optano per uno dei due lati soltanto. La soluzione non è accettare o rifiutare in toto l’uno o l’altro, e neppure abbracciare un olismo estremo come quello della ecologia profonda, problematico sotto molti aspetti, anche perché inverte l’iperseparazione antropocentrica con l’indistinzione assoluta e con una idea di wilderness dai toni spesso machisti e coloniali. È opportuno, piuttosto, problematizzare e politicizzare le categorie totalizzanti e omogenee, se il caso anche avvantaggiandosi di quella “vicinanza” alla natura, storico-sociale e non certamente biologica, che ha caratterizzato la storia delle donne. Poiché, per parafrasare Haraway, niente è connesso a tutto, ma tutto è connesso a qualcosa, il femminismo delle relazioni che propone Plumwood è al contempo antiessenzialista e anticostruzionista, antiuniversalistico e antiparticolaristico, perché propone di partire sempre da un posizionamento e da specifici attaccamenti e poi di estendere l’empatia a questioni più generali (Pluwood, p. 187): superare i dualismi ma senza cancellare le differenze. Una posizione, questa di Plumwood, che risuona nella critica di Lori Gruen all’elogio indistinto della connessione di molto neomaterialismo contemporaneo (anche femminista), e che può essere utile a incanalare un uso poco situato dei concetti ricorrenti in questo ambito, come quelli di transcorporeità o di simpoesi, recentemente entrati nella riflessione femminista e della ecologia politica (da Alaimo ad Haraway) fino a diventare formule svuotate di senso.  

In una prospettiva simile, ma con maggiore attenzione alle realtà dell’attivismo, Haifa Giraud crede sia opportuno fare luce sul rovescio e sul fuori dell’entanglement (termine mutuato dalla fisica quantistica e che si riferisce alle interconnessioni del continuum vitale), cioè sulle esclusioni che restano “slacciate”. Non necessariamente perché una visione più ampia coincida con una visione più chiara, ma perché posizioni conflittuali si relazionano a ecologie diverse e possono rivelarsi più utili a contrastare certi assemblaggi di potere e a domandarsi a spese di chi certe relazioni hanno luogo e anche, a volte, a disfare certe relazioni esistenti, se escludenti: per questo è necessario differenziare fra le economie relazionali (così come lo è fra le relazioni economiche). Haifa Giraud, critica il linguaggio e l’approccio dei diritti alla questione animale, ritiene fondamentali gli apporti del neomaterialismo femminista, che è relazionale. Ma ritiene anche che la critica alla critica considerata “assoluta” (come spesso sono definiti, per esempio, l’abolizionismo antispecista e la pratica del veganismo) sia problematica nel momento in cui appiattisce un ambito complesso e ricco di posizionamenti differenti rappresentandolo come se fosse privo di sfumature. Criticando anche Maria Puig de la Bellacasa nella sua diffidenza verso “gli eccessi delle critiche” che minerebbero il lavoro del nuovo materialismo, Haifa Giraud dice che anche insistere sull’equilibrio può rivelarsi una strategia escludente, persino sconfinare nel relativismo, ignorando le differenze strutturali preesistenti che spesso impediscono agli attori in relazione di agire “in equilibrio”. Inoltre, criticando l’impiego facile e ormai svuotato dell’idea di trouble di derivazione harawaiana, nato per mettere in guardia dal facile conforto di imperativi etici universali, Haifa Giraud sostiene che il trouble non può “bastare”, anzi rischia di trasformarsi in un nuovo imperativo etico sotto mentite spoglie se non porta a osservare quali forme di inclusione/esclusione comprende. Responsabilità vuol dire anche assunzione dei limiti, e capacità di rendere questi limiti visibili e trasformabili. 

Riferimenti bibliografici: 

de la Bellacasa, M. P. (2017) Matters of Care: Speculative Ethics in More than Human Worlds, University of Minnesota Press, Minneapolis. 

Gruen, L. (2015) La terza via all’empatia, trad. it. di S. Buttazzi, Sonda, Casale Monferrato, 2017. 

Haifa Giraud, E. (2019). What Comes After Entangelement, Duke University Press, Durham. 

Haraway, D. (2016) Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, trad. it. di C. Durastanti e C. Ciccioni, Nero, Roma, 2019. 

Kheel, M. (1985) The Liberation fo Nature: A Circular Affair, in J. Donovan e C. Adams (a cura di), The Feminist Care Tradition in Animal Ethics, Columbia University Press, New York, 2007, pp. 39-57. 

Plumwood, V. (1993). Feminism and the Mastery of Nature, Routledge, New York-London. 

Federica Timeto è professoressa associata in Sociologia dei processi culturali e comunicativi (SSD SPS/08). Dopo la laurea, è stata Annual Visiting Scholar presso il Dipartimento di Women’s Studies dell’Università della California a Berkeley, USA; ha poi ottenuto un Ph.D. in Aesthetics of New Media alla University of Plymouth, Faculty of Arts, School of Art & Media (con sede alla Nuova Accademia di Belle Arti NABA di Milano), e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo all’Università di Urbino “Carlo Bo”.

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