2 Gennaio 2024

Genere e Teologia

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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Negli ultimi decenni la questione del genere e delle sue definizioni è stata affrontata in modo consistente dal mondo accademico internazionale. Sul versante teologico, la categoria di genere ha contribuito a rileggere i testi e le origini del cristianesimo, interrogando anche i dati del dogma cristiano in modo critico. Ne è emersa una teologia di liberazione non solo per donne, che si apre a questioni più generali di giustizia.  

In questo contributo vorremmo rispondere capire 1. che cosa abbia a che fare la cultura queer con la teologia; 2. che cosa possano dirsi questi due mondi l’un l’altro; 3. se una teologia queer abbia qualcosa da dire alla società civile. 

1. Nel panorama culturale italiano si perpetra purtroppo da decenni, forse secoli, uno strano fraintendimento, che la cultura cattolica sarebbe del tutto impermeabile alle contaminazioni culturali e sociali. In questa prospettiva il discorso queer appare lontano dal mondo teologico. Approfondendo la questione però scopriamo che questi due mondi sono sempre stati più vicini di quanto pensiamo.  

Anzitutto è Dio stesso ad essere queer,scriveva la teologa Marcela Althus-Reid.1  

Il Dio biblico è un Dio queer: eccessivo nel suo amore per gli esseri umani, tracima i suoi limiti per la sua passione per l’essere umano che lo rende poliamoroso. Scandaloso perché pone inciampi al nostro cammino.  

Il Dio trinitario scardina il modello della famiglia patriarcale, con i suoi rapporti gerarchici e binari. La Trinità infatti si presenta meno come un sistema di ruoli che come una dinamica di scambi. È narrato come un Padre che però è anche Madre; ama un Figlio ma tramite un terzo incomodo neutro. In alcune raffigurazioni antiche la Trinità appare ritratta con tre volti femminei ma barbuti, come una vera drag queen.  

Il Dio biblico ce lo troviamo sempre oltre dove ce lo saremmo aspettato. Lo stesso linguaggio usato per indicare questo Mistero del mondo fa fatica ad entrare nella distinzione di genere linguistica: lo chiamiamo al maschile ma possiamo anche dirlo o al femminile, sapendo in ultima analisi che non ha sesso. È un lui nelle nostre convinzioni più ancestrali, ma la Trinità mette in discussione costantemente l’assetto che collega divinità a maschilità.  

Il Dio di Gesù Cristo, non appare infatti un Dio padrone/padrino: piuttosto è la fonte comune che pone tutti gli esseri umani sullo stesso piano. Lo stesso Gesù agisce una maschilità alquanto fuori dagli schemi: non aderisce a un modello di potere come dominio, ma come servizio; ascolta i desideri degli uomini e delle donne; evita il centro preferendo percorrere strade di secondaria importanza. Non si fa chiamare maestro. Presenta un modello di umanità dove la sua identità si definisce in relazione a Dio e agli altri, e la sua maschilità non è fallocratica e autosufficiente. Tutta la sua vita mostra una costante pratica di trascendenza dei modelli relazionali tradizionali: si rivolge a peccatori, donne, bambini, schiavi, malati, abbietti, coloro che erano ai margini della società e della comunità religiosa. Si fa beffe della famiglia di sangue, si attornia invece di una famiglia di elezione. Non si cura della sua reputazione pubblica, frequentando volentieri pubblicani e peccatori. Gli stessi suoi discepoli fanno fatica a incasellarlo all’interno di uno schema prefissato di rabbino, messia religioso o guida politica. Egli è sempre oltre, sempre altrove. Un Gesù queer testimone di un Dio queer

2.  

La cultura queer offre nuovi modi di riflettere sul divino, contribuendo a riscoprire e a sottolineare quanto già presente nelle immagini bibliche e nel linguaggio religioso circa quel Dio che rovescia i potenti dai troni, che chiama ad uscire dalla propria terra e all’evoluzione spirituale, superando schemi consueti, dandoci uno sguardo obliquo sul mondo e spingendoci a trovarlo. Ma dall’altra, rendere queer la teologia significa anche liberare Dio stesso dalle strettoie in cui una cultura patriarcale, androcentrica, machista, binaria e colonialista lo ha relegato. Dobbiamo ammettere che è stata una esperienza androcentrica, eterosessuale e coloniale, con i suoi i preconcetti sessuali, ad avere dato forma ai nostri concetti teologici. La cultura queer sospetta di questi schemi e sfida ad uscirne. Aiuta così a ritrovare la trascendenza di Dio come una identità instabile e non definibile.  

Del resto l’immagine che abbiamo di Dio – anche quando Dio crediamo alla sua esistenza – ha sempre un impatto nel modo in cui viviamo e costruiamo le nostre relazioni umane e sociali.  

Se l’essere umano è ad immagine di Dio occorre prendere sul serio i corpi, le relazioni d’amore in tutte le forme in cui esse si manifestano. Scompaginare l’ideologia sessuale binaria che ha ridotto Dio ad un vecchio maschio e la Trinità a un uccello tra due maschi, implicherà scompaginare anche l’assetto politico messo in atto nei confronti delle persone escluse da questa immagine. Rendere queer la teologia significa quindi non soltanto liberare Dio dagli angusti confini sessuali e ideologici nei quali è stato collocato, ma liberare le persone rimaste al di là di tali confini.  

Parlare di Dio “…significa parlare di una trascendenza foriera di trasformazione, una fonte immanente e di scompaginazione rivoluzionaria, per far emergere ciò che contraddice lo status quo e quindi anche le norme che regolano il potere, le relazioni e dunque anche la sessualità e il potere che ne deriva.”2 

La Bibbia stessa non è altro che una serie di storie di inversioni e rovesciamenti, anticipo di quel rovesciamento di valori che Cristo è venuto a portare nel mondo: tra vita e morte, tra maschi e femmine, tra schiavi e liberi, tra potere e servizio, tra potenza e debolezza. Uno sguardo evangelico può così offrire al mondo queer le dinamiche che disconnettono i dispositivi di potere. Il mondo della spiritualità offre alla vita dell’essere umano, e soprattutto di quello che fatica a respirare e a trovare speranza in questo mondo, ispirazione per possibilità nuove, aspirazione a mondi possibili, uno spirito saldo per trasformazioni necessarie. 

La visione del mondo evangelica è di per sé una visione dislocata, che permette di percepire la presenza di Dio in contesti dove non te lo aspetteresti. La fede, come lo sguardo davanti ad uno stereogramma, è una postura di visione che cambia ciò che si vede.  

3. Una spiritualità queer ci è necessaria per ridare all’umano dimensioni di trascendenza senza le quali egli non ritrova più sé stesso. Una spiritualità che si nutre di una teologia queer si pone come punto di trasformazione dei rapporti sociali, con noi stessi e col mondo perché “rimette l’Altro nell’Altro, ricorda che Dio stesso ha un non allineamento primordiale con se stesso, vive una differenza in se stesso”.3 

Essa “ha portato le teologie contestuali verso nuovi confini, costruendo alternative di pensiero che sono anche sessuali e politiche”4. Conclude Michela Murgia: “Accettare la queerness come prassi cristiana significa riconoscere che il confine non ci circonda, ma ci attraversa, e che quel che avvertiamo come contraddizione è in realtà uno spazio fecondo di cui non abbiamo ancora compreso il potenziale vitale”.5 

Selene Zorzi è docente stabile di Teologia spirituale all’Istituto Teologico Marchigiano (Ancona) e insegnante di Filosofia, Storia e Scienze umane in un Liceo di Verona. Ha insegnato Filosofia, Antropologia e Patrologia all’ISSR di Ancona, all’ITRA di Molfetta e al Pontificio Ateneo S. Anselmo.

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