16 Ottobre 2023

Il Festival Oriente Occidente e la riflessione sull’accessibilità

Articolo scritto da

Articolo scritto da

Hangar Piemonte

Hangar Piemonte

Hangar Piemonte

Sono passati ormai dieci anni da quando portammo al Festival Oriente Occidente lo spettacolo di Candoco e da quando abbiamo iniziato a domandarci: 

  • Chi manca sui nostri palchi e nelle nostre platee? 
  • Se penso a uno spettacolo quale corpo immagino in scena? 
  • Di chi manca la rappresentazione?  
  • Come può una persona con disabilità immaginarsi artista professionista?  
  • Le arti performative parlano con la disabilità? Se sì, come? Esiste alternativa possibile ai disabili poverini o ai disabili eroi? 

Alcune domande le abbiamo aggiunte lungo il percorso, mentre cambiava la nostra percezione, mentre imparavamo. Queste domande rimangono ancora attuali nel nostro Paese nel 2023. 

Oriente Occidente è una casa della danza europea e da 43 anni un festival di danza contemporanea internazionale che produce, ospita e programma anche compagnie con artisti con disabilità dal 2014. 

Oggi lavoriamo con un accessibility manager che viene dalla comunità sorda, offriamo una comunicazione che possa incontrare i bisogni di diversi pubblici, a partire dall’accessibilità del sito, all’easy to read per il pubblico neurodivergente, tour tattili degli spazi di spettacolo, audio introduzioni, audio descrizione poetica tramite cuffie. Stiamo insomma cercando di rispondere a piccoli passi, con tentativi, progetti pilota, azioni riuscite e fallimenti a migliorare la nostra accessibilità. 

L’accessibilità è un esercizio di democrazia, una costante tensione a cercare di migliorare il contesto e il proprio agire: all’interno della propria organizzazione, con i professionisti con cui ci si confronta, in relazione ai pubblici. Aprire all’accessibilità guardando alle innovazioni estetiche e artistiche, come abbiamo fatto a Oriente Occidente, è significato partire dai corpi e dalle rappresentazioni mancate.  Interrogarsi su quali immaginari non sembravano appartenere alla scena della danza contemporanea, ci ha permesso di lavorare in primis sulle barriere culturali.  

Aprire un dialogo con artisti e artiste con disabilità e lasciare posto e spazio non controllato alle loro voci e alle loro istanze ci ha messo al muro e ci ha richiamato al ruolo delle istituzioni culturali come “corpo di mezzo” tra gli enti finanziatori e artisti/e e i pubblici. 

Negli ultimi 5 anni abbiamo lavorato principalmente alla creazione di occasioni di confronto all’interno del sistema delle arti performative che ci permettessero di mettere intorno allo stesso tavolo tutti i portatori di interesse per tracciare possibili traiettorie per una trasformazione culturale e quindi per una società più equa e democratica ma anche più ricca di stimoli creativi e prospettive artistiche, ancora tutte da indagare. 

L’accessibilità ha una fortissima spinta trasformativa perché impone un cambio di punto di vista, o meglio, un allargamento del punto di vista, una messa in discussione della norma. L’accessibilità in questo senso è anche un esercizio di complessità, che ci fa bene. Ci ricorda i nostri limiti e le nostre imperfezioni, ci stimola al confronto e all’ascolto, genera nuove soluzioni creative, crea nuovi paesaggi e immaginari. 

In un contesto come quello attuale, in cui è necessario avere sempre presente l’ecosistema, per non perdere parti fondamentali e identificative dei processi, ragionare intorno all’accessibilità ci permette di incrociare tutte quelle che sono le sfide dell’oggi. Significa parlare di sostenibilità nella sua accezione più ampia, da quella sociale a quella economica passando da quella ambientale. La sostenibilità deve essere intesa in maniera prismatica e attuata attraverso una composizione di macro e micro azioni lungo tutta la filiera, le richieste fatte dalle associazioni di categoria degli artisti e artiste con disabilità spesso coincidono con le richieste di tutto il resto degli operatori del mondo delle arti performative. 

Scendendo a un livello più concreto i confronti sul partenariato italiano che capitaniamo con 58 istituzioni culturali che si occupano di arti performative, così come nelle reti europee di cui facciamo parte, ci indicano la stessa cosa. Ci sono tentativi di apertura, si iniziano ad identificare le barriere che impediscono la piena partecipazione delle persone con disabilità alla fruizione ma anche alla produzione e all’organizzazione, c’è una maggiore propensioni da parte degli operatori culturali nel mettersi in discussione e aprirsi all’ascolto. 

Dichiarare la propria inaccessibilità, smetterla di dire che si è accessibili perché c’è il bagno disabili e l’ascensore nello stabile o il posto carrozzina in ultima fila al teatro, è un buon punto di partenza. 

Idem dichiarare la necessità di formarsi, di andare a scuola, e che bisogna imparare dei professionisti. Anche in Italia ci sono associazioni di persone con disabilità che si occupano di accessibilità, di abbattere le barriere per la professionalizzazione degli artisti, che fanno advocacy come Al.di.qua.artists; ci sono associazioni di persone abili che lavorano con i disabili e non per i disabili che lavorano sull’accessibilità dei pubblici sulle barrire fisiche, sensoriali, culturali. Ci sono modelli, buone pratiche, e c’è soprattutto un percorso da costruire, un sistema da pianificare.  

Le ricerche Time to act e Time to really act commissionate a On the Move, mostrano un’Europa a tre velocità sui diritti e le possibilità di professionalizzazione degli artisti e delle artiste con disabilità, con una differenza evidente tra il sud e il nord, ma anche tra l’est e l’ovest.  

Ma da dove iniziare quindi anche in Italia, o dove siamo? 

Un dato evidente nei report è il circolo vizioso delle responsabilità. Perché stiamo parlando di diritti negati, diritti sanciti e ratificati nei vari paesi europei, che dovrebbero essere garantiti.  Per le istituzioni culturali devono essere gli enti finanziatori, a partire dai Ministeri a tracciare la strada e a fornire strumenti e formazione, allo stesso tempo gli enti finanziatori si dichiarano non competenti in materia. La messa in rete di modelli e pratiche dal basso sembra al momento l’unica via per accelerare il cambiamento. 

Cresciuti in un modello neo liberista che tende alla parcellizzazione, l’allenarsi a lavorare in rete, con competenze e stimoli nuovi da portare sui tavoli decisionali che riuniscono il comparto culturale nazionale e internazionale, ha permesso di dimostrare i numeri e l’interesse crescente delle organizzazioni culturali e la voce degli artisti e artiste con disabilità è divenuta più strutturata e decisa. 

La creazione di ecosistemi culturali basati sulla collaborazione e sulla condivisione ha portato in Italia al successo di Presenti Accessibili e al primo atto tangibile con il primo bando del Ministero della Cultura su arti performative e disabilità uscito a dicembre 2022 e l’accordo sulle residenze bilaterali Italia Regno Unito di gennaio 2023. 

Sempre di più quindi si tratta di scelte per le istituzioni culturali, con possibilità di investimenti coperti dai numerosissimi bandi che escono sul tema dai livelli locali a quelli internazionali. Scelte da compiersi tenendo bene a mente quello che ci dicono le tante voci dell’attivismo, facendo attenzione all’abilismo e consapevoli del grande potere che ha la cultura nell’impattare su immaginari e senso comune. Se qualche piccolo passo è quindi stato fatto, ora serve renderlo sistemico. 

Anna Consolati 

Laureata in Management degli eventi culturali allo IULM di Milano, lavora a Oriente Occidente dal 2007 soprattutto su progetti internazionali. Dal 2021 alla direzione generale di Oriente Occidente, si occupa di progettazione strategica e delle relazioni con gli stakeholder. Negli ultimi anni ha costruito e coordinato reti tra enti finanziatori, istituzioni culturali e artisti/e sui temi legati all’Agenda 2030, consapevole che la diversità è un motore di propulsione creativa e innovativa. 

Condividi