18 Settembre 2023

Infanzie gener-attive 

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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di Samanta Picciaiola 

Quando parliamo di genere a scuola cercando di coniugare dimensione educativa e riflessione teorica ci scontriamo con una sostanziale amnesia del corpo, prima ancora che del genere. O meglio dei generi poiché nella loro molteplicità e varietà, finalmente, i generi esistono ed erompono. 

Un’amnesia tutt’altro che casuale e innocente essendo la scuola divenuta, in Italia, terreno di scontro e laboratorio politico delle destre sovraniste da almeno un ventennio. Destre che nelle loro propaggini cattointegraliste e antidemocratiche hanno intuito precocemente come la linea della scuola fosse la prima linea nella costruzione di un’ideologia identitaria fondata su eteronormatività e bianchezza.  

Come in un esercizio retorico antinomico la scuola italiana – pubblica, laica e della Costituzione – dopo la stagione delle grandi sperimentazioni negli anni Settanta si è ritrovata spazio pubblico abbandonato, abitato da un corpo docente fragilizzato, scarsamente politicizzato e con una netta femminilizzazione della professione docente in maniera inversamente proporzionale ai gradi di istruzione del sistema formativo. 

Accantonato lo slancio trasformativo che aveva aperto le porte dell’istituzione scolastica al mondo fuori dalle aule, alle aule si è tornati con una massiva quanto inconsapevole volontà di restaurazione. 

Il corpo dell’infanzia è stato il primo gradino di questo processo di normalizzazione che restituiva alla scuola e soprattutto all3 docenti il ruolo di “vestali della classe media”, cinghia di trasmissione di un equilibrio fondato su rapporti di potere ben definiti: la donna subordinata all’uomo, l’interesse privatistico a quello collettivo, la dimensione pubblica allo spazio intimo. E se nella piazze le donne erano scese scandendo “il personale è politico” a scuola si torna a praticare la politica dell’impersonale. Va da sé che il modello di presunta universalità di ogni atto linguistico e dunque di ogni episteme divenga quello del maschile onnicomprensivo. Un’omnicomprensività ristretta, per vero, dato che questo maschile universale non ammette se non l’eccezione di un femminile particolare. Dentro questo binarismo speculare, non solo viene soffocato ogni respiro di soggettività femminili divergenti dal modello donna-moglie-madre, ma vengono di fatto naturalizzate costruzioni sociali di potente portato simbolico: gli stereotipi di genere e l’illusione di un mondo rosa/azzurro. 

E seppure molto si sia detto sulla decostruzione degli stereotipi, ancora non si è abbastanza indagato il vettore entro cui avviene questa imposizione della norma. Al di là dei libri di testo popolati da universi maschili, dei soffitti di cristallo che consolidano la segregazione formativa, l’azione primaria e più potentemente performativa è quella agita sui corpi dell’infanzia. 

Data la precocità dell’esposizione e la plasticità dell’età evolutiva, il metodo di disciplinamento dei corpi di bambin3 risulta non solo efficace ma di difficile manomissione nelle età successive e pertanto pregno di conseguenze sulla vita adulta. 

Si guardi dunque a quell’eccezionale dispositivo di controllo che è la classe. Classe da leggersi sia come spazio di relazione e unità organizzativa, sia come aula, spazio fisico connotato. 

Le istituzioni scolastiche italiane hanno scelto di dotarsi di un’organizzazione per classi e non per corsi. Ogni classe è ben definite per tutta la durata del grado scolastico, è un’unità organizzativa fissa che raramente si “apre”.  

L’aula come spazio fisico, invece, è sotto gli occhi di ciascun3: la scandalosa fatiscenza dell’edilizia scolastica italiana, l’incuria colpevole della politica, le propagande progressiste su tecnologie e outdoor education risolte in acquisti insensati di device spesso obsoleti e giardini desolati antistanti vecchie scuole. E’ indubbio che la “bruttezza” dei luoghi in cui infanti e corpo docente trascorrono la maggior parte della giornata abbia una forte valenza inibitoria su motivazione e benessere. Ma, oltre l’incuria, persiste un modello immaginato a cui l’edificio scolastico aspira neanche tanto velatamente che resta quello delle caserme, delle grandi istituzioni di epoca fascista per l’infanzia abbandonata, delle case di accoglienza per donne e madri bisognose. Ovvero un edificio che evocando la forza e il potere dello Stato si prodiga per assicurare decoro, ordine e riparo a soggetti deboli, soggetti inferiorizzati che nel varcare quella soglia sono totalmente spogliati di Agency, di autodeterminazione.  

Così ogni dettaglio degli spazi scolastici suggerisce un solo comportamento accettato e condiviso: banchi e cattedre si fronteggiano; superfici bianche digitali o nere di ardesia, le lavagne, si fanno pagine del controllo, scenari della performance dell3 discent3. E non sono da meno gli spazi ricreativi e di ristoro: i servizi igienici rigidamente suddivisi per genere (solo due), le aree all’aperto in cui mantenere la suddivisione in classe anche nei momenti di gioco libero, i refettori organizzati spesso con grandi tavole e affluenze elevatissime che tolgono ogni possibilità di convivialità e di intimità al momento del pasto.  

Dentro questa strutturazione fisica dei luoghi passa e si moltiplica una precisa regolamentazione dei comportamenti. In aula ciò che conta non è il corpo riconosciuto nella sua unitarietà e nella sua natura olistica ma soltanto la “testa”. Per questo ogni altra parte è costretta nella postura, nell’immobilità forzata, nel divieto di contatto fisico che ha toccato, nella stagione post pandemica, forme altissime di controllo su giovanissim3 discenti. La presenza di sussidi come lavagna, quaderni, libri di testo e l’assenza cronica di spazi di movimento, laboratori, angoli di esperienza, restituiscono un preciso modello antropologico: l’uomo cartesiano, razionale e dominatore dei suoi istinti. Così facendo non solo si censura la matrice forte dell’apprendimento in età evolutiva, ovvero l’esperienza, il fare, ma si suggerisce una svalutazione del personale, dell’intimo, del relazionale che vengono di fatto banditi da ogni discorso in aula. Tutto ciò che prepotentemente emerge nel corpo bambino non trova cittadinanza se non come bisogno incidentale. 

Al contrario i corpi de3 bambin3 resistono: si esprimono a volumi alti o nel silenzio, hanno curiosità e spingono a scoprire ogni parte del sé, si proiettano nei nostri corpi adulti spesso soffocati e sofferenti mettendoci in crisi e toccano la profondità dei desideri e del piacere – anche e soprattutto quello dei sensi – senza la schiavitù di un codice morale sentimentale. Sono corpi queer che non sceglierebbero sempre un solo colore per il genere e spesso, se costretti, se ne travestono con iconoclastica fantasia.  

A questa potenziale varietà di espressioni di genere noi imponiamo un sistema a due che assedia corpi e vissuti e che porta, ormai sempre più precocemente, a sacrificare l’infanzia sull’altare di una rassicurante e fittizia adultità.

Samanta Picciaiola, PhD. Études Romanes Italiennes Université La Sorbonne Paris IV in cotutela con l’Università degli Studi di Firenze. Insegnante di scuola primaria dal 2005, formatrice in ambito educativo sui temi dell’educazione alle differenze, del consenso, dei generi, dell’educazione alla sessualità-affettività. Dal 2020 è Presidente dell’associazione Orlando, che ha ideato e conduce il Centro di documentazione, ricerca e iniziativa delle donne di Bologna. Ha collaborato con diverse agenzie e istituti di ricerca in ambito educativo tra cui Gen Pol Gender and Policies Insights Think Tank  e Movimento di cooperazione educativa. Ha condotto laboratori e attività di formazione docenti/educatrici per enti accreditati quali MCE, Proteo Fare Sapere, Cesp. Coordina il gruppo di ricerca su scuola e formazione dell’associazione Orlando.Co-dirige la collana La Biblioteca di Sofia per l’editore Tab di Roma dedicata alla letteratura per bambine e ragazze.

Scrive per la rivista Leggendaria per la rubrica Cara prof, e per la rivista Letterate Magazine. Ha co-curato il volume Dante parla a bambine di prima e seconda elementare per Tab all’interno della collana La biblioteca di Sofia. Chair  a conferenze e convegni sui temi della letteratura per l’infanzia, della ricerca educativa, dell’educazione alla sessualità-affettività ha portato la propria riflessione/pratica educativa in quattro edizioni del meeting nazionale Educare alle differenze (Roma 2017, Palermo 2018, Pisa 2019 e Pescara 2022).

Ha fondato l’associazione Falling Book e di cui è stata presidente fino al 2020 e ne ha curato diversi progetti su educazione di genere e dei generi (Uscire dal guscio-sentieri per un’educazione differente, Inclinare il piano- Il peso della scuola per la parità di genere, Sentieri differenti -La sfida per un’educazione emotiva e sessuale in un mondo iperconnesso) e cultura femminista tra cui Zona Franca ospitato attualmente presso lo spazio Nausicaa del Comune di Castel Maggiore (Bo) e finanziato dalla Regione ER.

 

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