14 Dicembre 2022

Narrazioni

Articolo scritto da

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Perché, se ciascuna persona percepisce intimamente il senso della propria unicità, sentiamo il bisogno di ripeterci costantemente che siamo tutte e tutti diversi? 

La parola diversità è entrata a far parte del nostro vocabolario quotidiano. Se ne parla in televisione, sulle reti sociali, se ne parla moltissimo nelle aziende. Siamo tutte e tutti diversi, ci sentiamo dire costantemente da più parti; siamo uniche, siamo speciali, rilanciano messaggi pubblicitari, libri, film e serie. L’inclusione della diversità sembra essere al centro di un movimento che investe sempre più ambiti della nostra vita sociale.

Ma c’è un’ombra che offusca questo sentimento così intimo e personale, e deriva dal fatto che pensiamo in termini di normalità.

Ma cos’è la normalità, e quando abbiamo cominciato a utilizzare questo concetto?

Da circa un secolo e mezzo, da quando cioè abbiamo cominciato a utilizzare la statistica per misurare ciò che fino a quel momento si considerava incommensurabile, ossia l’essere umano e la società, l’idea di normalità è divenuta a poco a poco pervasiva, iscrivendosi nel DNA di quella che definiamo cultura occidentale e generando una narrazione che possiamo definire normocentrica. 

Abbiamo così cominciato a studiare e classificare le persone iscrivendole in categorie a seconda delle loro caratteristiche, utilizzando come metro di paragone la categoria ideale della normalità. Questa categoria ha stabilito i confini entro i quali ingabbiare una serie di concetti antitetici come l’idea di sano e malato, giusto e sbagliato, ma lo ha fatto non più a partire da credenze popolari, superstizioni o dettami religiosi, bensì sulla base delle evidenze scientifiche del momento.

La possibilità di studiare e quantificare fenomeni naturali, tendenze sociali e comportamenti ha portato da un lato la scienza a fare indiscutibili passi avanti, e dall’altro a quella che potremmo definire una vera e propria rivoluzione normocentrica, la sistematizzazione e istituzionalizzazione dell’esclusione di chiunque presenti caratteristiche che non rientrano nella media.

Che conseguenze ha avuto questa visione sulla narrazione della diversità?

La diversità ha cominciato a essere vista come un errore da riportare nella norma e ciò che teoricamente dovrebbe essere un semplice dato statistico, la frequenza con cui determinati tratti si presentano in una data popolazione, a essere narrato come difetto.

La narrazione della diversità diviene così il racconto dell’altro, di chi non ci assomiglia. Questo racconto spazia tra la pietà e la colpevolizzazione, tra la spettacolarizzazione e la beatificazione, in una polarizzazione sempre più netta tra un ideale noi contro un altrettanto ideale loro, assumendo spesso un tono paternalistico anche e forse soprattutto quando il discorso si sposta sul tema dell’inclusione. La maggioranza, che nel tempo ha assimilato come naturale l’idea artificiale che esista un essere umano “normale”, allontanandosi sempre più dalla condizione di diversità intesa come varietà, variabilità di caratteristiche, ha perso di vista la complessità della persona, focalizzandosi sul valore attribuito a una serie di categorie altrettanto artificiali, e creando di esse un racconto filtrato attraverso una lente deformante: la lente della normalità.

Una narrazione di questo tipo, lungi dall’essere qualcosa di astratto, è invece un atto estremamente concreto. Ogni persona, fin dalla più tenera età, sperimenta quotidianamente quanto il racconto che di sé riceve dall’esterno ha un’influenza talmente potente da modellare lo sviluppo della propria identità. E questo vale tanto per l’identità individuale quanto per quella di gruppo. Lo diceva anche il sociologo Charles Horton Cooley agli inizi del 1900, quando parlava di looking-glass self, di sé riflesso, per indicare proprio quanto la nostra identità sia anche il risultato della descrizione di noi che riceviamo dalla società. 

Nella pratica, la narrazione normocentrica ha creato un immaginario in cui le persone di etnia, provenienza, gruppo sociale diversi dal nostro, o con orientamenti non eterosessuali, oppure che hanno corpi, menti e sensi non conformi all’ideale di normalità, presentano caratteristiche che suscitano paura, fastidio, diffidenza o pietà. L’immaginario corrente, la narrazione in cui siamo tutte e tutti immersi, è di default razzista, omofobo, sessista, abilista (che discrimina in base alla disabilità) perché ha escluso proprio la voce delle persone di cui crea immagini distorte, grottesche, pietose.

Le persone appartenenti alle minoranze difficilmente trovano spazio nella narrazione corrente che la società crea di sé stessa, un racconto che nonostante tutto però parla anche di loro. Pensiamo, scriviamo o diciamo di alcune persone che “soffrono” di una disabilità o sono “affette” da autismo, creando l’immagine di vite intrise di dolore, senza mai dubitare dell’esattezza di tale racconto proprio perché alle dirette e ai diretti interessati non diamo modo di intervenire, non diamo loro voce. 

Perché è fondamentale che ciascuna persona eserciti il diritto di autorappresentanza?

Sulla base di queste narrazioni che si caratterizzano per l’assenza della voce delle protagoniste e dei protagonisti, modelliamo il mondo, scriviamo leggi e prendiamo decisioni che avranno effetti concreti sulla loro vita, costruiamo edifici e disegniamo prodotti basandoci su un modello di essere umano che esclude le persone fuori norma; neghiamo a una parte della popolazione l’accesso alla vita pubblica e sociale perché le loro voci non sono previste nel racconto che la nostra cultura fa di sé.

L’attenzione al linguaggio non è quindi un capriccio, non è qualcosa che possiamo liquidare con benaltrismo perché “i problemi sono ben altri”. Il linguaggio è parte integrante della fibra con cui intrecciamo incessantemente il nostro tessuto sociale, le interazioni tra persone, tra individui e istituzioni, tra esseri umani e ambiente, territorio, oggetti.

Una narrazione dev’essere un atto corale che non può prescindere dal contributo di ogni parte della società, ma che troppo spesso continua a fare a meno della voce di tante persone, perdendo la propria coralità e risultando per alcune in un atto di sottomissione o di esclusione, e per altri in un esercizio di potere autoreferenziale acquisito grazie al privilegio di appartenere alla cosiddetta maggioranza. Ma questo meccanismo non fa che creare identità mutilate, identità invisibili o visibili solo a metà. 

Da qui nasce l’esigenza di rimettere al centro la persona, ogni persona, proprio considerandone la complessità che rende la sua una storia unica. Abbiamo bisogno di creare una narrazione della nostra società in cui ciascuna persona sia protagonista del proprio racconto. Dobbiamo costruire un mondo nel quale la diversità non sia più interpretata come il contrario di una illusoria normalità, una categoria fittizia che esclude chiunque non rientri negli arbitrari confini che la definiscono, ma rappresenti ogni persona proprio nella sua diversità. 

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