30 Giugno 2024

Pedagogia Queer

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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Nella scuola italiana l’educazione al genere viene ancora affrontata in maniera sporadica e parcellizzata. Sebbene sia stata formalmente introdotta nel 2015 con La Buona Scuola, la sua attuazione, anziché essere regolamentata attraverso un piano strutturato di orientamento e formazione, dipende ancora principalmente dall’iniziativa individuale di pochi insegnanti sensibili all’argomento. 

A rivelarlo le discriminazioni che docenti e studenti sperimentano ogni giorno in classe, oltre che gli ancora numerosi libri di testo che perpetuano stereotipi e visioni anacronistiche dei ruoli maschili e femminili, con una rappresentazione esclusivamente eteronormativa dei gruppi familiari. Lo rivela anche l’assordante silenzio nei documenti ministeriali di temi cruciali per la questione di genere, come i processi di costruzione dell’identità, i modelli di maschilità e femminilità, le identità di genere, le relazioni etero- e omoaffettive, così come gli orientamenti sessuali. Lo dicono le percentuali ancora esigue di iscrizioni femminili nelle facoltà scientifiche e, di contro, quelle drammaticamente elevate di atti di bullismo e cyberbullismo a sfondo omobilesbotransfobico. Lo dice la morte di Cloe Bianco, docente transgender che, al termine di un lungo e doloroso percorso di discriminazioni seguite al suo coming out, nel giugno 2022 ha preso la tragica decisione di porre fine alla sua vita. 

Oggi, una delle più grandi sfide educative che la scuola è chiamata ad affrontare consiste nel garantire pari opportunità formative a tutti i suoi studenti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, condizioni personali e sociali. Tale conquista passa inevitabilmente dal ridare visibilità a quei soggetti storicamente inferiorizzati ed esclusi dalla società eteropatriarcale. Soggetti che si discostano dal canone “normocentrico” istituito per soddisfare le esigenze di un unico soggetto maschile, bianco, abile, neurotipico e di classe media, e che socialmente rientrano pertanto nella sfera dell’eccezionalità (donne, persone non bianche), dell’anormalità (persone con orientamenti sessuali non conformi) o, nei casi più estremi, della patologia (persone non binarie, transgender e persone con disabilità). 

Trasformare la scuola in uno spazio di empowerment sicuro e inclusivo per tutti i soggetti coinvolti richiede, in via preliminare, un ripensamento del concetto stesso di “istruzione” come attività orientata a coltivare prospettive e sistemi contro-egemonici, nonché a promuovere saperi che sfuggano alle tradizionali compartimentazioni disciplinari. Si tratta di rifondare un nuovo sistema di valori che sia in grado di rovesciare la tradizionale vocazione normalizzante e livellatrice dell’educazione istituzionale. Un approccio pedagogico di questo tipo, nella visione di chi scrive, dovrà necessariamente attingere dalla teoria queer per decostruire bias e miti eteronormativi e riformulare così le fondamenta stesse della conoscenza in ambito educativo. 

Occorre dunque chiedersi in che modo il queer possa entrare all’interno dello spazio normalizzato e disciplinato per antonomasia, ovvero l’istruzione, dove la “disciplina” indica sia l’organizzazione del sapere in compartimenti stagni che frammenta e guida la conoscenza dei discenti attraverso un curriculum di studi prescritto a livello nazionale, sia il sistema di valori che l’istituzione scolastica promuove per i suoi membri come modello di ordine e adeguamento al proprio sistema gerarchico (pensiamo al valore spregiativo con cui solitamente ci riferiamo a una “classe indisciplinata”, come entità sfuggente, trasgressiva, non governabile e manovrabile dalle sapienti mani del docente autoritario). 

Il primo passo è sovvertire questo potere (e sapere) disciplinare, ridefinendo il ruolo del docente e il fine ultimo del processo educativo. In riferimento al primo aspetto, ispirandoci alla pedagogia radicale del secondo dopoguerra – dall’educazione problematizzante di Paulo Freire alla pedagogia terapeutica e trasformativa di bell hooks –, dovremmo superare la tradizionale visione gerarchica dell’insegnante come detentore e dispensatore esclusivo del sapere, optando per una figura più adatta a instaurare un rapporto equo e orizzontale, ossia quella del docente coordinatore, motivatore e facilitatore. Attraverso un approccio educativo dialogico e partecipativo, l’insegnante dovrebbe quindi abbandonare il modello trasmissivo e depositario su cui si fonda la sua professione, preferendo piuttosto un’educazione basata sul dialogo e la partecipazione collettiva e comunitaria, e che metta al centro l’esperienza di ciascun soggetto (compresa la propria): «l’apprendimento», infatti, «è una strada a doppio senso e […] non è possibile insegnare senza instaurare una relazione dialogica con chi impara».1  

Relativamente al secondo aspetto, il discorso da affrontare è più complesso. Guacira Lopes Louro sostiene infatti che «la teoria queer permette di pensare all’ambiguità, alla molteplicità e alla fluidità delle identità sessuali e di genere ma, inoltre, suggerisce anche nuovi modi di pensare alla cultura, alla conoscenza, al potere e all’educazione».2 In questa prospettiva, il queer diventa un atteggiamento epistemologico che si estende oltre l’indagine sull’identità dei corpi sessuati, abbracciando piuttosto tutte le componenti biologiche, sociali e culturali implicate nella nozione di identità. Insegnare in modo queer significa dunque mettere in dubbio, problematizzare e contestare tutte le forme di conoscenza e identità ben educate e saldamente costruite.  

Questa visione dell’educazione come “pratica della libertà” può scardinare persino il binarismo più resistente nella pratica educativa, ovvero quello che oppone tra loro conoscenza e ignoranza. Recuperando la lezione di Eve Kosofsky Sedgwick, la quale suggeriva che l’ignoranza è altrettanto potente e multiforme quanto la conoscenza, Jack Halberstam sostiene infatti che «mentre il maestro “bravo” conduce i suoi studenti lungo le vie della razionalità, il “maestro ignorante” deve invece permettere loro di perdersi, di sentirsi confusi, in modo che siano poi essi stessi a trovare la loro via d’uscita, la loro scorciatoia o il loro modo di ritornare sui propri passi». Ottenere la libertà, in quest’ottica, significa pertanto intraprendere un percorso fatto di ostacoli, prove, errori, fallimenti e piccole conquiste quotidiane: un processo che Paulo Freire definiva «coscientizzazione», ossia una progressiva presa di consapevolezza riguardo alle condizioni di oppressione imposte ai soggetti dal nostro sistema sociale. 

L’obiettivo sotteso dalla pedagogia queer è quindi duplice: non solo evidenziare come ogni sistema di categorizzazione binaria applicato a sesso, genere e orientamento sessuale produca un’ipersemplificazione della realtà, rendendolo intrinsecamente distorto e inefficace, ma soprattutto dimostrare che tutti i confini socialmente definiti sono attraversabili. Pertanto, un approccio pedagogico queer non dovrebbe limitarsi alle premesse e alle buone intenzioni di una didattica inclusiva e multiculturale basata sulla tolleranza delle differenze (etniche, fisiche, sessuali, di genere o altre), bensì affrontare i processi storici e sociali che producono queste differenze gerarchiche e che si manifestano sotto forma di ingiustizie e disuguaglianze. Solo affrontando questi processi con una visione critica, intersezionale e politicamente impegnata si potrà essere in grado di sovvertirli. 

L’autore

Dario Alì è responsabile didattico di Formazione su Misura. È co-founder e membro del board curatoriale di kabulmagazine.com, rivista di arti e culture contemporanee e casa editrice indipendente. Svolge attività di ricerca e formazione rivolta a docenti e studenti sui temi della didattica queer e dell’intersezionalità. È autore di saggi per DeAgostini, Tlon e Gangemi Editore.

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