9 Ottobre 2023

Perché le narrazioni sono importanti? 

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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Tra le molte caratteristiche che rendono l’essere umano tale, quella della parola è notoriamente centrale. Per quanto sappiamo, le altre specie che vivono su questo pianeta hanno forme di comunicazione anche molto raffinate, ma prive del livello di astrazione dato dal lógos, dalla capacità della lingua. La possibilità di comunicare tramite fonemi che formano parole che formano frasi che formano discorsi, che possono passare dall’oralità alla forma scritta, fa sì che possiamo parlare di ciò che siamo, delle nostre relazioni e del mondo che ci circonda anche in absentia, in differita. Le parole ci affrancano dalla limitazione di comunicare solo nello e dello hic et nunc, rendendo trasportabile l’informazione. 

Fatta questa premessa, è forse più chiaro quanto siano centrali, per la nostra esistenza, le narrazioni. Potremmo addirittura affermare che noi esseri umani siamo animali narranti e narrati per vocazione biologica, oltre che culturale. Per quanto esistano forme di pensiero preverbali o paraverbali, la parola ci è necessaria per potere definire la nostra identità, per poter dare vita a una società complessa come quella umana (la pólis, la città, in senso lato) e per poter definire il mondo attorno a noi, in modo da renderci e renderlo a sua volta narrabile.  

Qual è l’importanza della narrazione del sé? 

Il primo tipo di narrazione che incontriamo è quello del sé: la risposta all’annosa domanda “Chi sono io?”. Non tutte le persone hanno uguale consapevolezza dell’importanza di possedere le parole per definire ciò che si è, perché, nella nostra società, l’identità sembra essere qualcosa che appartiene solo a chi diverge da una presunta normalità. Per questo, tendono a farsi più spesso questa domanda coloro che si riconoscono come “divergenti” rispetto alla norma. E invece, tutti gli esseri umani hanno un’identità; il privilegio di non esserne consapevoli, come ci ricorda il drammaturgo e regista teatrale Liv Ferracchiati, è di chi rientra nella categoria della normalità, anche se in realtà non esiste persona che non abbia la sua identità. Scrive il filosofo Paul B. Preciado, a cui Ferracchiati stesso fa riferimento, “Ma perché siete così convinti, cari amici binari, che solo i subalterni abbiano un’identità? Perché siete così convinti che solo i musulmani, gli ebrei, i froci, le lesbiche e i trans, gli abitanti delle periferie, i migranti e i neri abbiano un’identità? E voi, normali, egemonici, psicoanalisti bianchi della borghesia, binari, patriarco-coloniali, siete forse senza identità? Non esiste identità più sclerotica e più rigida della vostra identità invisibile. O abbiamo tutti un’identità, oppure non esiste identità” (da Sono un mostro che vi parla, ed. it. 2021). 

Visto che normalmente usiamo solo una piccola parte del lessico della nostra lingua, e tante sono le parole che non conosciamo, e visto anche che in alcuni casi le parole per definire una certa cosa o una determinata caratteristica nemmeno esistono, può accadere di non avere le parole per definirsi, oppure di subìre le etichette scelte da altre persone. Dunque, una serena narrazione del sé non è sempre possibile, e il disagio dato da questa situazione non è immediatamente comprensibile. In una recente serie TV che ha raggiunto grande popolarità, Sex Education, uno dei protagonisti, Adam, il classico bullo omofobo, si confessa a Otis, la figura centrale della vicenda: spesso, dice, quando vorrebbe esprimersi davanti ad altre persone, non trova le parole per dire ciò che prova. Cioè, è consapevole di provare determinate sensazioni, ma non riesce a comunicarlo verso l’esterno. E allora, preso dalla frustrazione, mena le mani. La modellizzazione linguistica di quel pensiero un po’ astratto che è il “Chi sono io?” serve, dunque, per comprendersi meglio, e in secondo luogo per raccontarsi. L’atto identitario individuale diventa al contempo atto identitario relazionale. 

Qual è l’impatto della narrazione del sé sulla società? 

Potremmo innanzitutto rigirare la domanda: qual è l’impatto della società sulla narrazione del sé? È presto detto: all’interno di una società, non tutte le persone hanno uguale possibilità di narrarsi come vorrebbero: se, in astratto, sembra facile parlare di “narrazione del sé”, e questa appare come qualcosa che dipende solamente dalla volontà e dalle competenze del singolo individuo, nel concreto occorre tener conto di un elemento dirimente, che è quello del potere: spesso, chi detiene il potere sociale, culturale ed economico ha anche modo di definire il modo in cui le persone divergenti possono narrarsi all’interno della società. Quindi, la società non sempre influisce in maniera positiva sulle possibilità della singola persona di definirsi e narrarsi, ma anzi: a volte riesce anche a convicere la persona che avere determinate caratteristiche sia una sfortuna, e quindi di meritare la marginalizzazione. Potremmo dire che la narrazione del sé diventa ostaggio della narrazione collettiva.  

Per questo motivo, un punto importante per andare verso una società che tenga conto in maniera nuova delle diversità passa dal coltivare la consapevolezza in ogni persona della validità delle proprie caratteristiche, oltre una visione inclusiva, che è una specie di toppa che si è inventata una società strutturalmente esclusiva per tentare di ridurre il numero di discriminazioni presenti al suo interno. Ma se vogliamo che le persone abbiano agency, agentività, e non subiscano il movimento di inclusione, occorre sincerarsi che si rendano conto della rilevanza dell’autonarrazione. Tra narrazione del sé e società c’è, dunque, una sorta di circolarità, che tendiamo spesso a non vedere, data la nostra naturale tendenza a polarizzare le questioni senza coglierne la piena complessità. 

Qual è l’influsso della narrazione sociale del sé sulla cultura? 

Molto semplicemente, cambiare le narrazioni – a partire dalle parole usate – ha conseguenze culturali perché può contribuire, seppure molto lentamente, a cambiare la mentalità collettiva di una società, il suo modo di vedere le persone e le cose. Non è semplice, perché richiede un’aumentata capacità di ascolto del sé e del resto della società, e quindi un impegno, sia a livello personale sia a livello collettivo, che occorre volersi assumere. Però ha degli indubbi vantaggi. Troppo spesso si sottostima la rilevanza delle proprie scelte comunicative personali all’interno del quadro macroscopico, quando in realtà partire dal sé, dalla propria consapevolezza, dalle proprie scelte linguistiche, è forse la prima azione di cambiamento che possiamo mettere in atto. 

Vera Gheno

Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice dall’ungherese e divulgatrice, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca e per quattro anni con la casa editrice Zanichelli. Ha insegnato come docente a contratto all’Università di Firenze per 18 anni; da settembre 2021 è ricercatrice di tipo A presso la stessa istituzione. La sua prima monografia è del 2016: “Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi)”; del 2017 è “Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network” (entrambi per Franco Cesati Editore). Nel 2018 è stata coautrice di “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (Longanesi). Nel 2019 ha dato alle stampe “Potere alle parole. Perché usarle meglio” (Einaudi), “La tesi di laurea. Ricerca, scrittura e revisione per chiudere in bellezza” (Zanichelli), “Prima l’italiano. Come scrivere bene, parlare meglio e non fare brutte figure” (Newton Compton), “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” (effequ); è del 28 aprile 2020 l’ebook per Longanesi “Parole contro la paura. Istantanee dall’isolamento”. Nel 2021 pubblica “Trovare le parole. Abbecedario per una comunicazione consapevole” (con Federico Faloppa, Edizioni Gruppo Abele) e “Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole (Einaudi)”. Nel 2022  pubblica “Chiamami così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo” (Il Margine). Si occupa prevalentemente di comunicazione mediata tecnicamente, questioni di genere, diversità, equità e inclusione. Ha curato, per BUR, l’atlante femminile Parole d’altro genere. Come le scrittrici hanno cambiato il mondo (marzo 2023). 

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