11 Settembre 2023

Scena e disabilità: esercizi di intermittenza per interrogare i sottintesi

Articolo scritto da

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Hangar Piemonte

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Mi chiamo Aristide Rontini. Sono coreografo e performer. Sono membro di Al Di Qua Artists, associazione italiana di categoria che riunisce lavoratori e lavoratrici dello spettacolo con disabilità in difesa e a sostegno dei diritti delle persone con disabilità nel mondo dello spettacolo.

La mia disabilità consiste nell’avere il braccio destro lungo fino a poco dopo il gomito. Mi soffermo un attimo sulla mia descrizione perché ho il sospetto che sia informata, in parte, da presupposti abilisti. Parlo esclusivamente della conformazione del mio braccio destro. Esento tutte le restanti parti del mio corpo. Mi sono avvalso di un’immagine standardizzata di corpo che possiamo chiamare “corpo sottointeso”. Tali esenzioni mi dicono che il mio modo di comunicare assume la seguente regola: se parlo di un corpo immagino che tutti pensino a due gambe, due braccia, un tronco e una testa. La do come normalità. Non ne faccio menzione perché do per scontato che sia così e che tutte e tutti capiranno. La normalità presunta informa il mio immaginario e le parole diventano il veicolo per trasmettere contenuti che perpetuano discriminazioni invisibili e impalpabili. Mi sono dovuto fermare, riflettere e mettermi in discussione per capire che come persona con disabilità non sono esente da costrutti abilisti.

Di fianco al corpo e alla mente sottintesi, se ne sta materializzando un altro sottinteso, questa volta con disabilità. Nell’attuale processo di visibilizzazione della disabilità, necessario per illuminare le disuguaglianze sistemiche, i corpi e le menti con disabilità che alimentano il dibattito sull’accessibilità, sono maggiormente di persone che usano la sedia a rotelle, persone cieche e persone sorde. Un miglioramento positivo se pensiamo che fino a poco tempo fa la disabilità nell’immaginario collettivo era sintetizzata dall’ormai iconografica sedia a rotelle appartenente al mondo della segnaletica. Ambito che negli ultimi tempi si è aggiornato e ha elaborato nuovi segni corrispondenti alle disabilità sopra menzionate. Tutta un’altra serie di disabilità, però, rimane fuori dall’obiettivo o in secondo piano. Parlo, per esempio, di disabilità invisibili, neurodiversità e disabilità fisiche che non riguardano la capacità deambulatoria.

Sono una persona con disabilità visibile dalla nascita e per la natura stessa della mia disabilità riesco ad adattarmi. Non entro in una dinamica apertamente e aspramente conflittuale con l’ambiente. Ho sottostimato gli effetti che le continue e silenziose richieste di adattamento provenienti dall’ambiente hanno avuto su di me. Con il risultato che mi viene spesso ripetuto: “Dopotutto tu non sei proprio disabile”. Ecco un bel cortocircuito: da una parte la visibilità della mia disabilità comunica un senso d’inadeguatezza rispetto al corpo considerato normale; dall’altra parte l’agevolezza con cui muovo il mio corpo nel mondo comunica un’operatività, che seppure non convenzionale, risulta efficace. Sono o non sono una persona con disabilità? Sono proprio sicuro che la mia disabilità non entri in frizione con l’ambiente sociale, culturale, economico e politico? Faccio mente locale e ripercorro alcune situazioni legate alla mia sfera professionale: lezioni di danza in cui il conduttore o la conduttrice chiede ai/alle partecipanti di imparare una coreografia fatta con due mani oppure che si basa sul peso sugli arti superiori; altre situazioni di spettacolo in cui siedo tra il pubblico e ci viene chiesto di partecipare attraverso un movimento eseguito con due mani. Io sono lì davanti a loro, ben in vista. Non adattano la loro proposta sulla base delle mie possibilità motorie. Lasciamo a me il compito di cambiarla.

Sembrano sottigliezze. Non vi nego che, neppure ora che vi scrivo in uno spazio che mi è stato offerto per raccontare la mia esperienza di disabilità, non mi abbandona la paura che qualcuno possa giudicarmi “esagerato” e di essere tacciato di soffrire di vittimismo. Ecco una trappola abilista: siccome riesco ad adattarmi e non entro visibilmente in tensione con l’ambiente, non ho il diritto di evidenziare criticità. Trappola che mi ha fatto sottovalutare aspetti rilevanti per il mio benessere quali il senso di appartenenza, di riconoscimento e d’identità.

Nel settore delle arti performative, in Italia, da qualche anno a questa parte, è stato avviato un processo di lettura critica e adeguamento del sistema sotto la lente dell’accessibilità. Grazie alle voci di artiste e artisti con disabilità e al supporto di diverse istituzioni si sta prendendo coscienza dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo con disabili e degli ostacoli che ne impediscono la professionalizzazione. Si registra una significativa diffusione e attivazione di processi che promuovono un più ampio spettro dei corpi e menti in scena e che offrono al pubblico con disabilità accesso alla fruizione degli spettacoli.

Inoltre, artisti e artiste con disabilità italiani e esteri stanno maturando una voce collettiva attraverso una serie vivace di scambi, dialoghi e incontri continui e sempre più regolari. Dai questi confronti emerge che il settore sta cambiando in positivo. Come in ogni processo trasformativo, ci sono anche aspetti che possono risultare controversi. Un dato interessante che viene rilevato è la tendenza del mercato dell’arte a privilegiare spettacoli che contano nei propri cast interpreti con disabilità. Se un autore o un’autrice con disabilità ha in repertorio contemporaneamente spettacoli senza interpreti con disabilità e spettacoli con interpreti con disabilità, questi ultimi sono più frequentemente programmati. E la percentuale aumenta se gli spettacoli hanno interpreti con disabilità visibile. Questa tendenza ha certamente i suoi risvolti positivi: dal dare più spazio agli interpreti con disabilità sostenendo le loro carriere fino all’offrire al pubblico con disabilità più possibilità di sentirsi rappresentato.

Ciò nonostante, fa sorgere interrogativi circa la rappresentazione della disabilità, in quanto potrebbe far inavvertitamente avanzare sul settore l’ombra di un nuovo rischio di spettacolarizzazione e di standardizzazione, introducendo un sistema gerarchico di corpi e menti: chi ha una disabilità visibile acquisisce un certo privilegio. Ciò ha un’evidente ricaduta politica perché risistemando e includendo alcuni attori e attrici storicamente esclusi si rischia di creare un nuovo campo di esclusione. E di lasciare fuori dall’obiettivo un ampio ventaglio di disabilità, istanze, sfumature e punti di vista.

Questa tendenza fa, inoltre, sollevare interrogativi circa la libertà dell’autore e dell’autrice con disabilità, che iniziano a percepire la pressione di alcune aspettative da parte del mercato dell’arte che sembrerebbe richiedere a questi soggetti spettacoli nei cui cast si annoverano interpreti con disabilità e che tematizzano la disabilità. Sarebbe opportuno, a mio avviso, superare atteggiamenti divisivi e considerare la persona con disabilità innanzitutto come artista. Che compie scelte basate sulla propria poetica. Che può dinamicamente decidere sulla base di ragioni legate al singolo progetto se mettere a tema la disabilità o meno. Se essere in scena o meno. Che intesse relazioni professionali con soggetti di cui ha stima e con i quali condivide visioni artistiche, a prescindere dalla disabilità.

Per evolvere la situazione, che riconosco essere già migliorata rispetto al passato, sarebbe auspicabile un ulteriore cambio di mentalità in cui la disabilità e la pratica artistica siano approcciate come realtà prismatiche, situate, situazionali e in divenire. Ciò contribuirebbe a rendere il sistema delle arti performative un luogo più equo in cui coltivare quella flessibilità che permetterebbe all’artista, nell’intermittenza delle sue scelte, di evolvere artisticamente senza pressioni estranee alle proprie esigenze. E che donerebbe un respiro più ampio e variegato alla disabilità con il risultato di allargare gli immaginari piuttosto che uniformarli.

Aristide Rontini è performer, coreografo e praticante di comunità di danza. Si è diplomato come danzatore alla Codarts – Rotterdam Dance Academy nel 2010. Ha lavorato come performer per Simona Bertozzi (It), Michela Lucenti/Balletto Civile (It), Candoco Dance Company (Uk), Alessandro Schiattarella/BewegGrund (Ch), Teatro Della Tosse (It), Angelica Liddell (Sp), Carl Olof Berg/Spinn (Sv), Vahan Badalyan (Armenia) e Diego Tortelli/Aterballetto (It). Negli ultimi anni ha sviluppato una propria ricerca artistica, presentando i lavori “It moves me”, “Giovane Notturno”, “Talitha Kumi”, “Alexis” e “Alexis 2.0”. La sua ricerca si interroga sulla dimensione dell’identità. Nel 2020, insieme ad altri artisti italiani con disabilità, fonda Al. di. Qua. Artists, un gruppo di nuova costituzione all’avanguardia nella difesa dell’autonomia e dei diritti degli artisti disabili in Italia.

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