25 Settembre 2023

Storie di cure ribelli

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Hangar Piemonte

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storie di cure ribelli1

Per un griot, ogni volta che una storia viene raccontata questa assume una nuova forma e un nuovo significato, sia per chi la racconta che per chi la ascolta. Questa funzione di rimodulazione e rivisitazione diventa parte della forza di comprensione e comunicazione delle parole stesse. 

Harney and Moten, 2013 

La cosa incredibile del verbo “curare” è che una stessa attività può generare sensazioni diverse. Ad esempio si pulisce un corpo con dolcezza, con schifo o addirittura con noia. È difficile immaginare altre attività capaci di modulare così in profondità l’attitudine con cui si svolgono. Poi c’è un altro aspetto che caratterizza il curare: il fatto che alcune volte lo facciamo gratuitamente (il più delle volte, direi) mentre altre a pagamento. Questa differenza genera un’ulteriore complessità nell’attitudine con cui si cura. Ad esempio quando si cura a lungo senza riconoscimento – pagate troppo poco o addirittura mai pagate – la pelle si trasforma in carta vetrata, cosicché ogni relazione di cui la cura si nutre e nutre, ogni intimità tra corpi, diventa dolorosa e fa quello strano suono di quando si liscia il legno. Insomma curare può piacere o meno, proprio nello specifico non in generale: nel corso dello stesso giorno o della stessa attività. A me ad esempio è capitato di vomitare cambiando bende intrise di sangue ma di provare sollievo a bendare le stesse, ma diverse, teste insanguinate durante i cortei.

Questa dimensione del desiderio che si appiccica al lavoro di cura – perché i corpi hanno questa cosa terribile e bellissima (a differenza delle macchine) che sentono e reagiscono e gli piace, o non gli piace, e così scelgono – trasforma anche la linearità del tempo. Scommetto che è successo a tuttз di percepire questa differenza temporale proprio mentre si cura, come quella tra pulire uno spazio da sole e pulire uno spazio insieme ad altre persone. L’inspiegabilità del tempo che si curva, percepito in modo diverso a seconda della situazione, non accade solamente durante il lavoro di cura, ma possiamo affermare con risoluta certezza che in questo ambito succede tantissimo.  

C’è un’altra variabile capace di trasformare la cura e i suoi tempi, ed è quando questa attività si ribella. In questo caso, non sono solo desideri e tempi a riconfigurarsi ma il senso, ovvero il racconto del perché quest’attività si fa. In effetti, quando si cura contro qualcosa che non ci piace, ciò che sembra normale non lo sembra più. Ad esempio, quando si incomincia a prendersi cura di una cosa che non si vede, molte persone iniziano a vedere questa cosa e a chiedersi se veramente era invisibile o se, come per il tempo, anche questa svista fa parte delle modulazioni percettive che il curare produce. Perciò le storie di cura ribelli fanno sempre l’effetto di un errore, di un inciampo e insieme producono stupore: stiamo percorrendo una strada nel senso sbagliato o sono lз altrз che la percorrono in senso contrario?  

Di storie così ce ne sono davvero tante ma non sono troppo visibili, anzi, spesso sono proprio cancellate, nascoste, quando appunto la maggioranza continua a camminare nel senso unico della norma. Inoltre sono storie che non entrano negli archivi e non perché non vogliano, semplicemente non ci stanno. Queste storie restano infatti conficcate da qualche parte, come i sassi su cui si inciampa nei percorsi poco battuti, quelli che inducono un certo fastidio, talvolta delle storte o addirittura svolte improvvise e collettive indecisioni. Sono da raccogliere questi sassi, ad uno ad uno, sono storie da rileggere, raccontare, rivisitare e ripiantare nel suolo da dove provengono. Qui di seguito ce n’è una.   

#03 Alicudi 

Sulla più piccola isola dell’arcipelago delle Eolie sbarca l’Ergot, anche detto Clavicèps Purpùrea. Più comunemente segale nera e cornuta perché, quando questo fungo si diffonde, sulle spighe della segale si formano piccole corna scure. Ma il pane si cuoce comunque, è evidente, e dentro il pane c’è l’Ergot e dentro l’Ergot c’è un alcaloide lisergico, quello dell’LSD di Hofman per intendersi. Allora la segale cornuta può spiegare – se mai ne sentissimo il bisogno – molti fenomeni di allucinazione collettiva avvenuti in lungo e in largo, e inaspettatamente nel tempo, come l’epidemia di danza che sconvolse i benpensanti di Strasburgo nel 1518. Tuttavia, ad Alicudi non fu questione di un evento, di una notte, di un mese, bensì di un secolo intero. Si narra infatti che, alla fine dell’Ottocento, le navi inglesi rastrellassero malvasia e assenzio dalle isole siciliane per la distillazione dello Sherry, e che in cambio distribuissero Ergot senza accorgersene. Da questo scambio impari nasce una lunga alleanza tra umani e non umani sull’isola di Alicudi, in altre parole: tra chi ogni giorno mangia il pane e quelle piccole corna scure che ricoprono le spighe con cui il pane si fa.  

Per decenni sull’isola si panifica con una segale nera come la brace che la gente riconosce perché nomina come “tizzone”. Per quanto poco conforme alla Logica del tempo, il verbo infinito presente “tizzonare” ammette con coerenza le conseguenze di un principio (chimico): si danza insieme e si canta con il fungo, arrivano i fantasmi e le streghe, si scorgono ovunque trasformazioni animali. La gente cammina nuda per le montagne e le donne non tornano più a casa. Si fa tanto all’amore, anche un po’ a prescindere. E c’è chi vola dalle finestre e talvolta dagli scogli. Così su Alicudi, per un secolo, si tizzona una vita diversamente collettiva, fino a quando il turismo diventa l’imperativo di consumo della classe media e Alicudi una tappa ambita degli hippie. Sono gli anni ’70, infatti, quando un mucchio di persone molto pallide comincia a sbarcare sull’isola ripetutamente. Gente che legge, cosmopolita, che ascolta con attenzione e sa trovare una spiegazione scientifica per ognuno dei racconti magici ascoltati in mezzo al mare. “Siete ciò che mangiate” avranno dunque svelato i pallidi agli isolani che, cantando in coro, avranno risposto qualcosa come: “pazzesco!” I turisti allora avranno puntualizzato in coro, di certo senza cantare, “ciò che mangiate, però, è acido lisergico”. 

Anche agli hippie piace nominare le cose e ciò che sull’isola si chiama tizzone lo definiscono attraverso il linguaggio della scienza: tutto deve potersi spiegare perché tutto deve spiegarsi (negli stessi anni, c’è però anche chi si chiede se la Scienza sia proprio proprio scientifica).2 Tuttavia, gli hippie spiegano così bene quello che accade sull’isola che persino la chiesa lo capisce: non è una particolare concentrazione di sant* quella che abita l’isola di Alicudi, bensì esseri umani maledetti dal “pane del diavolo” – perché anche ai preti piace nominare le cose. Così il pane viene vietato, la coltivazione di segale nera interdetta e il fungo Ergot sterminato.   

[…] 

Senza che ce ne rendiamo conto, le storie da cui arriviamo sono fatte di percorsi di sopravvivenza e di ricostruzione fra le rovine, e sono popolate di alleanze tra umani e non-umani.3 Se si fa fatica a capire questi percorsi, è per la tassonomia coloniale che il linguaggio scientifico eredita e per quel faremondo binario che gli stessi hippie riproducono. Un definire che dispiegandosi crea patologie-criminali o crimini-patologici. In altre parole, un definire che annichilisce, come accaduto sull’isola di Alicudi, dove una relazione interspecie lunga più di un secolo è stata cancellata con due parole: acido lisergico. A pensarci bene, è piuttosto difficile spiegare con le parole quest’alleanza tra umani e non umani contro le norme culturali e religiose del tempo, contro la noia e la ripetizione, la storia di un tacito co-spirare il “possibile attualmente impossibile.”4 E adesso che il sasso è di nuovo conficcato, insieme agli altri che ci fanno perdere l’equilibrio, nel suolo di un percorso poco battuto e per nulla archiviato, mi chiedo se il rischio di inciampare, cambiare ritmo e forme dell’andare possa farci intuire, una volta di più, storie di mondi accaduti ma ancora indicibili, e se ciò che ci si lascia alle spalle, quando accettiamo il rischio di sporgerci, l’abbiamo mai desiderato veramente. 

Maddalena Fragnito 

Maddalena Fragnito è artista e ricercatrice militante femminista. Il suo lavoro si muove all’intersezione tra tecnologie, etica della cura e pratiche di ribellione. Coautotora di Rebelling with Care (2019), Pirate Care Syllabus (2020) ed Ecologie della cura, Prospettive transfemministe (2021), fa parte del progetto di ricerca Institute of Radical Imagination. Attualmente dottoranda presso il Centre for Postdigital Cultures dell’Università di Coventry (UK). 

Note

1 In un testo inedito a proposito della perdita di fertilità dei suoli, Laura Conti scrive: “nella nostra società c’è qualcosa che ci sradica dal futuro” (Laura Centemeri, L’attualità del pensiero di Laura Conti e le ragioni di una rimozione, Gli Asini n 104-105 ottobre-novembre 2022.). Contro questo sradicamento dal suolo e dall’immaginazione, si attiva il mio desiderio di raccontare storie (ribelli, si intende). 

2 Giorgio Bert, Il medico immaginario e il malato per forza, Medicina e Potere. vol. 6. 32 vols. Feltrinelli 1974. 

3 Anna Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, Keller 2021. 

4 Elvio Fachinelli, Il bambino dalle uova d’oro, Feltrinelli 1974. 

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