26 Febbraio 2026

Visioni

Abitare i luoghi della cultura

News scritta da

News scritta da

Hangar Piemonte

Hangar Piemonte

Hangar Piemonte

La fase storica attuale è attraversata da trasformazioni profonde, che agiscono simultaneamente a livello locale, nazionale e globale. In questo contesto diventa inevitabile – e necessario – tornare a interrogarsi sul senso, sul valore e sulla funzione del lavoro culturale che si sviluppa nei territori. Non come esercizio teorico, ma come pratica concreta, capace di produrre conseguenze politiche, sociali ed etiche.

Da questa urgenza prende avvio la riflessione, che condividiamo a seguire in questo articolo, di Settimio Pisano, curatore nel campo delle arti performative e fondatore di IRA – International Institute for Performing Arts, condivisa durante l’incontro del 12 gennaio Hangar Point 2025/2026 – Abitare i luoghi della cultura: un momento di confronto pensato non come spazio di trasmissione unidirezionale, ma come occasione di dialogo e scambio.

Un percorso che diventa visione

Un lavoro pluridecennale nell’ambito delle arti performative e dello spettacolo dal vivo, attraversando ruoli e funzioni differenti – dalla gestione di una compagnia teatrale alla cura di un festival, dalla produzione alla distribuzione, fino alla direzione di un’istituzione culturale e alla fondazione di un progetto a vocazione internazionale – contribuisce nel tempo a costruire una visione.

Non si tratta di una traiettoria professionale fine a sé stessa, ma di un percorso che porta progressivamente a interrogarsi non solo su come realizzare i progetti, ma su che tipo di funzione essi esercitano, su quale cambiamento intendono produrre e su quali responsabilità comporti operare all’interno – o in relazione critica – alle istituzioni culturali.

A un certo punto, “fare bene i progetti” non è più sufficiente. Diventa necessario interrogarsi sul senso profondo dell’azione culturale e sul suo posizionamento nel contesto sociale e politico.

La funzione culturale come priorità

Una delle domande da cui partire, per quanto possa apparire semplice o persino scontata, riguarda la necessità di sostenere la cultura con risorse pubbliche. È una questione che negli ultimi anni viene sempre più spesso messa in discussione, in modo trasversale rispetto agli orientamenti politici.

La parola “cultura”, da sola, sembra non bastare più a legittimare l’investimento pubblico. Alla sua giustificazione vengono affiancate altre categorie – turismo, sociale, ambiente, economia, digitale – tutte rilevanti e spesso presenti nei progetti culturali. Tuttavia, il rischio è che la cultura venga sostenuta solo in quanto strumento funzionale ad altri obiettivi.

Se si prova a rispondere in modo diretto alla domanda sul perché i progetti culturali debbano essere sostenuti con risorse pubbliche, la risposta risiede nella loro capacità di contribuire alla formazione di cittadini più critici e comunità più consapevoli. In un periodo storico segnato da crisi democratiche, polarizzazioni e semplificazioni, questo contributo assume un valore centrale.

Nei territori caratterizzati da minori opportunità di accesso alla vita culturale, tale funzione assume anche un significato concreto di garanzia di diritti: offrire alle nuove generazioni possibilità di formazione, immaginazione e confronto non come privilegio, ma come condizione essenziale di cittadinanza.

Dalla visione alla messa a terra

Dal modo in cui si risponde a questa domanda discendono molte altre scelte: la visione dei progetti, il ruolo delle organizzazioni, la funzione dei luoghi culturali. Parlare di visione non significa limitarsi a enunciare principi, ma assumersi la responsabilità di renderli operativi.

Visione, programmazione e produzione devono mantenere una coerenza profonda. Le idee più ambiziose rischiano di rimanere astratte se non vengono tradotte in scelte concrete: nella selezione degli artisti, nei linguaggi adottati, nei tempi, nei luoghi, nei pubblici di riferimento.

In questo quadro, orizzontalità e gerarchia non si configurano come elementi contrapposti. La condivisione dei processi richiede ruoli chiari, responsabilità definite e una struttura capace di sostenere la complessità. La messa a terra dei progetti è il momento in cui la visione viene realmente verificata.

Il salto di scala e la responsabilità politica

Quando un progetto cresce, emerge inevitabilmente il tema del salto di scala. Un passaggio che riguarda sia l’interno delle organizzazioni – in termini di competenze, struttura, sostenibilità, capacità di valutazione e narrazione – sia la loro proiezione esterna.

Il salto di scala più complesso, ma anche più decisivo, riguarda la capacità di incidere sulle politiche culturali. Questo implica la costruzione di alleanze, l’attivazione di tavoli di lavoro, un’interlocuzione costante con le istituzioni e forme di lobbying intese come pratica responsabile e trasparente.

Si tratta di un processo faticoso, ma potenzialmente trasformativo: rimettere in discussione modelli obsoleti di distribuzione delle risorse, contribuire a una maggiore equità del sistema e rafforzare l’ecosistema culturale nel suo complesso è parte integrante del lavoro culturale contemporaneo.

Riformare le istituzioni dall’interno

Negli ultimi anni si è resa sempre più evidente la necessità di interrogarsi sulla riforma delle istituzioni culturali, intese non come strutture statiche, ma come processi in divenire.

Le istituzioni non sono monumenti da difendere né dispositivi da smantellare, ma organismi vivi da reinventare alla luce di contesti politici e culturali profondamente mutati. Riformarle significa agire in una tensione costante tra ciò che esiste e ciò che non è ancora dato.

Questo processo può avvenire solo dall’interno, attraverso pratiche quotidiane capaci di mettere in discussione modelli consolidati. Un’azione che non congela il passato né sacrifica il presente in nome di un futuro astratto, ma lavora nello spazio intermedio tra ripetizione e immaginazione.

La figura del curatore oggi

In questo scenario, la figura del curatore assume un ruolo centrale. Non come semplice selezionatore di contenuti, ma come mediatore tra artisti e artiste, cittadini e cittadine ed istituzioni.

La curatela si configura come capacità di generare costellazioni: mettere in relazione opere, persone, luoghi, contesti, informazioni. Significa costruire reti, attivare alleanze, tradurre linguaggi, svolgere un lavoro continuo di alfabetizzazione culturale, rivolto non solo ai pubblici, ma anche alle classi dirigenti.

La democratizzazione culturale, in questa prospettiva, non coincide con l’abbassamento dei contenuti, ma con l’ampliamento reale delle possibilità di accesso alla complessità dei linguaggi e alla vita culturale. Diventare presìdi culturali significa contribuire alla crescita democratica dei territori.

Abitare, oggi

Abitare i luoghi della cultura, oggi, significa assumersi una responsabilità che va oltre la gestione di uno spazio o la realizzazione di un programma. Significa interrogarsi costantemente sul senso del lavoro culturale, sulla sua funzione pubblica e sul tipo di società che contribuisce a costruire.

Non esistono risposte definitive. Esiste però la necessità di tornare, con continuità e ostinazione, alla funzione culturale primaria dei progetti. È da questa consapevolezza che discendono le scelte estetiche, organizzative e politiche.

È su questo terreno che si gioca oggi il lavoro culturale. Ed è su questo stesso terreno che momenti di confronto come Hangar Point diventano spazi fondamentali di pensiero condiviso, più che semplici occasioni di racconto.

L’autore

Settimio Pisano è curatore nel campo delle arti performative. Dal 2000 al 2024 ha co-diretto la compagnia Scena Verticale e il festival Primavera dei Teatri. Dal settembre 2024 è Direttore Generale della Fondazione Politeama di Catanzaro, per la quale gestisce il Teatro Politeama e il Polo Fieristico Colosimo. Nel 2025 fonda IRA – International Institute for Performing Arts, progetto dedicato alle arti performative a livello internazionale. Nel 2019 ha ricevuto il Premio UBU come Miglior curatore.

Condividi