9 Giugno 2026

Visioni

Agenda 2030, megatrend e pensiero complesso 

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Hangar Piemonte

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Oltre gli obiettivi, verso una cultura delle connessioni 

«Nel momento in cui interpretiamo l’Agenda 2030 in base agli obiettivi, cadiamo in un approccio riduzionista del cambiamento, che è l’ultima cosa che ci serve». Massimo Pallottino, coordinatore dell’Unità Studi e Advocacy di Caritas Italiana, entra nel merito del rapporto tra Agenda 2030 e trasformazione contemporanea partendo da una critica precisa: il rischio che gli SDGs, nati con un intento trasformativo, vengano progressivamente ridotti a una somma di obiettivi separati, indicatori e classifiche, perdendo la loro capacità di leggere la complessità. 

Una riflessione che si inserisce pienamente nel percorso di ricerca e confronto avviato da Hangar Piemonte in vista della terza edizione di Bussola, l’evento nazionale dedicato all’intersettorialità, alla cultura e alla leadership trasformativa, in programma il 15 e 16 giugno 2026 alla Reggia di Venaria Reale. Un lavoro che, a partire dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dal quadro dei megatrend europei elaborati dal Joint Research Centre della Commissione Europea, prova a interrogarsi non solo sulle sfide del presente, ma anche sui linguaggi, sugli strumenti e sugli immaginari attraverso cui scegliamo di interpretarle. 

L’interlocuzione con diversi esperti nasce anche dentro un percorso di rilettura e traduzione dei megatrend: un tentativo di spostarli da una cornice prevalentemente economica e previsiva verso una riflessione più ampia, capace di intrecciare dimensioni sociali, culturali e politiche. 

Agenda 2030: obiettivi o trasformazione? 

La posizione di Pallottino non nasce da un rifiuto dell’Agenda 2030, ma da una critica al modo in cui viene spesso utilizzata. Leggere l’Agenda come una somma di Obiettivi autonomi significa perdere l’elemento che la rendeva trasformativa: «L’Agenda 2030 è il frutto di un negoziato internazionale complesso, con tanti attori e tante posizioni diverse. Contiene inoltre uno sguardo trasformativo, a partire dal titolo stesso: Transforming Our World». Ed è qui che si colloca il cuore del ragionamento: «Per trasformare il nostro mondo, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno sono i semplici Obiettivi. Abbiamo invece bisogno soprattutto di connessioni». 

Per spiegare questa posizione, Pallottino richiama esempi concreti. L’Obiettivo 2 incentrato sul porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile è costruito dentro un paradigma sostanzialmente produttivista: «Basta analizzare i target. Inoltre viene detto che per sconfiggere la fame occorre aumentare la produzione. Ma noi stiamo producendo sempre di più e la fame non la sconfiggiamo». 

Lo stesso vale per le disuguaglianze: «Si continua a pensare che la crescita economica generi automaticamente riduzione delle disuguaglianze». Eppure, richiamando il World Inequality Report, Pallottino ricorda che la crescita economica è stata appannaggio dei percentili più ricchi della popolazione globale. 

Il problema quindi non è l’esistenza degli Obiettivi, ma il paradigma implicito che continua a sostenerli. «Se cogliamo le connessioni tra le cose siamo in grado di uscire dal lock-in in cui siamo. Se non le cogliamo, abbiamo solo gli SDGs. E nessuna evoluzione futura». 

Megatrend, governance e conflitto 

La stessa tensione attraversa anche la lettura dei megatrend. La proiezione oltre il 2030 è necessaria. «I megatrend del Joint Research Centre – osserva – sono strettamente correlati alla crescita». Dentro alcune formulazioni continua ad agire l’idea implicita della crescita sostenibile come orizzonte dato per acquisito. Accanto a questo, Pallottino individua un altro elemento problematico: «Non c’è il tema del conflitto». Una mancanza che considera paradigmatica: «Siamo sempre in una logica di sviluppo ottimista. Ci mettiamo in marcia e saremo d’accordo. Purtroppo non è così». Le trasformazioni producono vincitori e vinti, tensioni e divergenze: «Il conflitto non può essere eliminato. Può essere trasformato e reso compatibile con una convivenza non violenta, ma il conflitto c’è».  

Cultura, complessità e convergenza 

Nonostante le critiche, Pallottino riconosce il grande valore dell’Agenda 2030: «È stato l’ultimo atto realmente multilaterale a livello globale, insieme all’Accordo di Parigi. Già il fatto che sia stata trovata quella convergenza è di per sé un valore». 

La convergenza non elimina conflitto o divergenza, ma costruisce uno spazio condiviso dentro cui affrontarli. Da qui emerge anche la sua riflessione sul ruolo della cultura: «Se penso a un ruolo della cultura, penso alla capacità di costruire pensiero critico e pensiero complesso». Di fronte alla complessità, osserva, la reazione prevalente è «l’evitamento cognitivo»: non comprendiamo qualcosa e allora la riduciamo. La cultura può invece fare altro. Può costruire «approccio alla complessità, pensiero critico e responsabilità». Tre dimensioni che Pallottino considera inseparabili. 

Educazione alla complessità, responsabilità e capacità critica diventano strumenti culturali essenziali per abitare il presente. In una fase storica segnata da crisi delle istituzioni, tensioni globali e trasformazioni profonde, il ruolo della cultura non è allora quello di semplificare. È piuttosto quello di tenere aperto lo spazio della complessità, della responsabilità e della convergenza. 

Questa riflessione entra direttamente in dialogo con il percorso che Hangar Piemonte porterà al centro della terza edizione di Bussola, l’evento nazionale dedicato all’intersettorialità, alla cultura e alla leadership trasformativa, in programma il 15 e 16 giugno 2026 alla Reggia di Venaria Reale. 

Le riflessioni di Pallottino si collocano pienamente dentro questo percorso, perché riportano al centro una questione fondamentale: come evitare che strumenti pensati per orientare il cambiamento vengano progressivamente normalizzati e ridotti a esercizi tecnici o settoriali, perdendo la capacità di leggere le connessioni e la complessità. 

In una fase storica segnata da crisi delle istituzioni, tensioni globali e trasformazioni profonde, il ruolo della cultura non è allora quello di semplificare. È piuttosto quello di tenere aperto lo spazio della complessità, della responsabilità e della convergenza

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