Baci e pugni: l’intervento dell’artista Jaime Serra per l’evento Art for Change

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Hangar Piemonte
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“La parola può essere un esercizio interessante, ma nulla può sostituire il potere comunicativo dei baci e dei pugni.” Jaime Serra
La principale difficoltà nel determinare quando nasce il linguaggio sta nel fatto che sarebbe necessario prima definire che cosa intendiamo per linguaggio. Ci sono diverse opinioni a riguardo; sebbene convenzionalmente tendiamo a datare la comparsa del linguaggio a circa 50.000 anni fa, tra gli specialisti c’è un ampio dibattito su questo argomento che anticipa questa data di circa mezzo milione di anni.
Da un punto di vista antropocentrico, il linguaggio è esclusivo dell’Homo sapiens e, di conseguenza, lo sono anche la sua nascita e il suo sviluppo.
Immaginiamo di disegnare un insieme di cerchi concentrici. Al centro ci troviamo a sud del fiume Zambeze, nell’attuale Mozambico, culla dell’Homo sapiens secondo il DNA mitocondriale. Nei cerchi successivi, man mano che ci allarghiamo, si trovano i territori in cui si sono spinti i nostri antenati: Asia, Australasia, il continente europeo e l’America, in quest’ordine. Nel cerchio più esterno, molto vicino all’attualità, troviamo le Hawaii, uno degli ultimi luoghi conquistati dall’Homo sapiens.
Vediamo ora cosa succede con il linguaggio. Mentre le lingue parlate al centro dei nostri cerchi modulano le corde vocali fino a raggiungere una raffinatezza di suoni che raggiunge circa 100 fonemi, nell’ultimo dei cerchi, alle Hawaii, questa capacità raggiunge a malapena i 13 fonemi.
Ciò significa forse che gli esseri umani che conquistarono le isole del Pacifico non svilupparono il linguaggio allo stesso modo di quelli che rimasero in Africa, e che possiamo vedere alle Hawaii il passato, come si vede la luce di una stella che si è già estinta?
Oppure, al contrario, una cosa molto più semplice, ovvero che nel tempo stiamo perdendo capacità linguistiche?
Verità è una parola
In ogni caso, la parola con cui mi esprimo non è solo uno strumento di comunicazione. Di fatto — ed essenzialmente — è un mezzo per costruire una realtà: la mia, la nostra, quella di ciascuno di noi. L’unica possibile.
Una volta costruita — la realtà — cerchiamo di trovare, con lo stesso strumento che abbiamo usato per la sua costruzione — la parola — un accordo con la realtà degli altri. Tra tutte le realtà, ne formuliamo una comune che, come è logico, risulta molto complessa. Dopodiché inventiamo nuove parole necessarie. Non per comunicare, ma per concentrare nella nostra mente la realtà fino a renderla abitabile.
Anche l’immagine fa parte di questo sistema segnico del territorio. Facciamo esercizi complessissimi per ridurre la realtà a forme geometriche: la Terra smette di essere una fonte incommensurabile di parole per ridursi a un cerchio. Il tempo, che lo stesso Sant’Agostino di Ippona non riesce a spiegare, si riduce a una linea — da sinistra a destra (in Occidente); e la risposta a ciò che siamo, da dove veniamo e dove andiamo, è una doppia elica o un triangolo con un cerchio al suo interno.
A me sembra che se qualcosa può essere ridotto a forme geometriche, non è reale né esiste.
Perché ci sono cose reali e cose che esistono.
Ciò che esiste è reale? Non necessariamente. L’amore, ad esempio, esiste, ma non è reale. L’arte, o Dio, o il desiderio, in quanto parole, esistono. Perché ciò che non esiste è ciò a cui non possiamo pensare.
Pensiamo a parole. Che non sono reali, ma esistono.
E sicuramente ci sono cose reali che non esistono perché non possiamo pensarle.
In definitiva: pur riconoscendo che ci sono cose reali che esistono, il reale non esiste necessariamente, e ciò che esiste non è necessariamente reale.
Altre poche cose, come la verità, né esistono né sono reali.
È tutto un malinteso
Il fegato — che tutti abbiamo, anche se non lo vediamo — esiste ed è reale. Il nostro fegato è cultura (che anche è qualcosa che non vediamo ma che altrettanto esiste): il fatto che abbia una maggiore tolleranza all’alcol, che accumuli più o meno grasso, che sia cirrotico o che abbia la tendenza a formare più o meno cisti epatiche, ha a che fare meno con la genetica che con le nostre abitudini, che sono, essenzialmente, cultura.
Tutti noi che siamo nati in culture cattoliche siamo, culturalmente parlando, cattolici. L’influenza che le religioni esercitano sulle culture è estremamente profonda: il nostro fegato è cattolico.
E qual è il pilastro del nostro fegato? La risposta è: la crocifissione, il simbolo per antonomasia del cattolicesimo. E, in quell’atto, il momento in cui Cristo chiede clemenza al Padre (Dio, che è una parola): “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno.”
E in effetti no, non lo sapevano: non avevano capito nulla. È stato tutto un malinteso.
Questo, il malinteso, è il pilastro della nostra cultura, di tutta la cultura umana — anche se non in tutte le culture un malinteso porta alla crocifissione.
Pensa alla poetica
I desideri sono concreti. I desideri sono baci e sono pugni. Le parole sono vaghe. E tanto più vaga è una parola, quanto più dubbiosa è l’esistenza di ciò che intende enunciare.
Marcel Duchamp ha talmente dilatato i possibili significati della parola arte che si potrebbe dire che ne ha eliminato il significato. L’ha distrutta. L’ha uccisa.
Ancora oggi sono in attesa di risposta le domande più ovvie che pone con il primo dei suoi readymades, nel 1917, l’orinatoio capovolto e trasformato in fontana:
Cosa è arte?
Chi fa l’arte?
Chi decide cosa è — o non è — arte?
E la domanda più contemporanea di tutte: quanto costa l’arte?
Detto questo, la distruzione di una parola apre immense possibilità creative: riempire, ridefinire, ripensare tutto ciò che la parola ha lasciato orfano.
Uno spazio per la poetica.
Niente è mai finito, mai
Si dice che le tre scimmie giapponesi — Mizaru, quella che non ascolta; Kikazaru, quella che non parla; e Iwazaru, quella che non vede — siano sagge. Non sono sorde, mute e cieche; potrebbero usare i sensi, ma se li coprono: ci rinunciano.
Non è che una tace ma guarda e ascolta; un’altra parla e ascolta, ma non vede; un’altra vede e parla senza ascoltare. Sono tre che rappresentano una: che né ascolta, né parla, né vede.
Non è affatto chiaro se siano sagge.
L’unica cosa evidente è che sono scimmie.
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