5 Giugno 2026

Visioni

Disuguaglianze, transizione demografica e nuovi welfare

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Hangar Piemonte

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Rileggere le sfide del presente attraverso i megatrend

«L’Agenda 2030 è stata e continua a essere un punto di riferimento importante sotto il profilo culturale, anche per la traduzione del pensiero in pratiche». 

Per Franca Maino, Direttrice Scientifica di Percorsi di Secondo Welfare e Professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano, il valore dell’Agenda 2030 non risiede soltanto nei suoi obiettivi, ma anche nella capacità di costruire una cornice condivisa e di favorire la collaborazione tra attori differenti. 

«Questa cornice concettuale, questo nuovo paradigma, è stato sostenuto e alimentato dal fatto che, guardando all’Agenda 2030, gli attori pubblici, privati, profit e non profit sono stati accompagnati a lavorare sempre più insieme, a collaborare a partire da obiettivi condivisi rispetto ai quali chiedersi a che punto siamo, dove siamo e dove stiamo andando». 

Eppure, proprio mentre il 2030 si avvicina, emerge la necessità di ampliare lo sguardo: «Da un lato, il 2030 si avvicina; dall’altro, in questi anni la società e il mondo sono profondamente cambiati. Le transizioni hanno generato ulteriori pressioni e reso il contesto ancora più complesso». In questo scenario, osserva Maino, l’Agenda 2030 continua a rappresentare un riferimento fondamentale, ma mostra anche alcuni limiti: «Ha fatto emergere la difficoltà di raggiungere effettivamente quegli obiettivi e oggi finisce per non catturare tutta la complessità che invece sperimentiamo». 

È proprio da questa consapevolezza che nasce il percorso avviato da Hangar Piemonte in vista della terza edizione di Bussola, l’evento nazionale dedicato all’intersettorialità, alla cultura e alla leadership trasformativa, in programma il 15 e 16 giugno 2026 alla Reggia di Venaria Reale. 

A partire dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dal quadro dei megatrend elaborati dal Joint Research Centre della Commissione Europea, Hangar sta coinvolgendo esperti, istituzioni e centri di ricerca in un lavoro di rilettura e contestualizzazione delle grandi trasformazioni contemporanee. L’obiettivo non è sostituire l’Agenda 2030, ma metterla in dialogo con una prospettiva più lunga e con fenomeni che oggi incidono profondamente sulla progettazione culturale, sociale ed economica dei territori. 

«Molti contesti locali hanno iniziato a interrogarsi su prospettive di più lungo respiro, 2040-2050. Quindi agendo e mettendo al centro il tema della capacità di lavorare in logica preventiva e anticipativa, e non soltanto sull’emergenza o sul presente», spiega Maino. 

Le disuguaglianze non sono più solo economiche 

Se l’obiettivo di riferimento è la riduzione delle disuguaglianze, la prima grande trasformazione individuata da Maino riguarda il cambiamento stesso del concetto di povertà: «Il superamento di una visione della povertà come dimensione esclusivamente materiale ci porta oggi a considerarla come un fenomeno multidimensionale». Le forme di vulnerabilità si moltiplicano e si sovrappongono. «Ci sono tante diverse forme di povertà che hanno come aggravante anche l’intensità con cui si manifestano e che si alimentano a vicenda, sia sul piano individuale sia sul piano sociale». 

È una trasformazione che rende più difficile fornire risposte efficaci e richiede un cambiamento profondo nel modo di costruire le politiche: «Queste nuove pressioni e queste nuove domande richiedono risposte sempre più integrate: a livello di politiche, di misure, di interventi e anche di coinvolgimento di attori diversi». 

Secondo Maino, una sfida di questa portata non può più essere affrontata aspettandosi che il welfare pubblico agisca da solo, ma bisogna creare alleanze tra attori diversi, perché le disuguaglianze continuano a crescere e a ridefinire la struttura stessa della società. Non si è allargata soltanto la fascia di chi vive situazioni di povertà severa o è a rischio di esclusione: «Si è ampliata anche quella parte centrale della popolazione che, un tempo protetta tra mercato del lavoro e welfare, è oggi sempre più esposta a fragilità e vulnerabilità». 

Lavoro, demografia e salute: i megatrend che ridefiniscono le disuguaglianze 

Tra i quattordici megatrend europei, Maino ne individua tre particolarmente rilevanti per comprendere l’evoluzione delle disuguaglianze. 

Il primo è il cambiamento della natura del lavoro

«È un megatrend importantissimo». Da un lato cresce il lavoro povero, dall’altro aumentano le difficoltà di accesso e di permanenza nel mercato del lavoro per chi dispone di competenze fragili, per chi deve sostenere carichi di cura o per chi vede le proprie professionalità diventare obsolete. «Le transizioni ecologica e digitale porteranno alla dismissione di professioni e lavori tradizionali e apriranno nuove opportunità. Ma siamo in una fase di tensione che lascia dietro di sé molti problemi». 

Il secondo megatrend riguarda gli squilibri demografici

«Abbiamo meno nati, meno giovani e un grande problema di sostenibilità del welfare perché si riduce la popolazione attiva». Allo stesso tempo cresce l’invecchiamento della popolazione, con tutte le sfide che questo comporta. Maino invita, però, a non considerare la longevità esclusivamente come un problema. «Non penso che l’invecchiamento e la longevità siano solo una criticità. Sono anche un’opportunità». Tuttavia, richiedono nuove competenze, nuovi professionisti della cura e una maggiore attenzione alle condizioni di fragilità. «Ancor prima della non autosufficienza esiste un tema di fragilità. Persone che smettono di frequentare gli altri, che si chiudono in casa, che si ritirano dalla vita sociale». 
In questo quadro si inserisce anche il tema della solitudine, che Maino definisce «povertà relazionale». Una dimensione che riguarda direttamente la qualità dei legami e la capacità delle comunità di sostenere le persone nei momenti di vulnerabilità. 

Il terzo megatrend è rappresentato dall’evoluzione delle sfide sanitarie

«È una grande sfida globale per il tema delle pandemie e delle sindemie, ma lo è ancora di più per il nostro Paese che avrebbe bisogno di una riforma strutturale del sistema sanitario». Anche qui, però, il tema della salute viene letto in una prospettiva più ampia. «Oggi bisogna guardare alla salute non soltanto come risposta alla malattia, ma come capacità di generare benessere». 

Un benessere che riguarda la dimensione fisica, ma anche quella relazionale, sociale e soggettiva: «Bisogna trasformare radicalmente il welfare. Non un welfare che fornisce soltanto trasferimenti monetari o servizi, ma un welfare che ha come cornice il benessere delle persone e dell’ecosistema, in una logica di One Health». 

Tra tutti, Maino individua nella transizione demografica il megatrend maggiormente prioritario. Una scelta che non riguarda soltanto l’invecchiamento della popolazione o la sostenibilità dei sistemi di welfare, ma anche una trasformazione strutturale che sta ridefinendo gli equilibri sociali, economici e territoriali. 

La diminuzione della natalità, l’aumento della longevità e la riduzione della popolazione attiva rappresentano infatti fenomeni destinati a incidere profondamente sulla capacità dei sistemi di welfare di garantire protezione sociale, servizi e qualità della vita. Ma per Maino la questione non può essere letta soltanto in termini numerici o di sostenibilità economica: «C’è anche il tema fondamentale dell’inclusione dei flussi migratori». La denatalità, soprattutto nelle società occidentali, è un fenomeno ormai strutturale e difficilmente reversibile, ma la popolazione mondiale continua a crescere e a redistribuirsi in modo diseguale. Per questo la sfida non riguarda tanto il numero di persone, quanto la capacità di costruire una società aperta e inclusiva: «Diventa importante quindi lavorare sulla redistribuzione delle persone nel mondo con una capacità di inclusione che oggi sta venendo meno». 

È qui che la riflessione sulla riduzione delle disuguaglianze incontra direttamente i temi delle migrazioni, della cittadinanza e della coesione sociale. La transizione demografica obbliga infatti a ripensare le relazioni tra territori, generazioni e comunità, ma anche il rapporto tra aree che invecchiano e aree caratterizzate da una popolazione giovane e in crescita. 

Una consapevolezza da cui ripartire perché si tratta di una trasformazione che attraversa contemporaneamente welfare, lavoro, salute, cura, inclusione e sviluppo territoriale, e che rischia di amplificare ulteriormente le disuguaglianze se non viene affrontata attraverso politiche capaci di costruire integrazione, partecipazione e nuove forme di convivenza. 

Cultura come legame e infrastruttura relazionale 

È in questo contesto che la cultura assume un ruolo decisivo. Per Maino, tutte le trasformazioni richiedono cambiamenti concreti, che potranno realizzarsi soltanto se si tornerà a mettere al centro le persone e la qualità delle relazioni: «La cultura è un collante. È un motore fondamentale per rimettere in relazione le persone». 

Attraverso la condivisione di esperienze, la partecipazione, la creazione e la produzione di significati, la cultura contribuisce a ricostruire un terreno comune: «Crea la possibilità di riallineare un comune sentire, una volontà, una capacità di rimettere al centro ciò che conta davvero». 

Non basta, naturalmente. Ma senza questa dimensione relazionale e culturale il rischio è quello di una società sempre più segnata da conflitti, individualismo e competizione. «In questi quindici anni — dalla crisi del 2007-2008 alla pandemia — abbiamo visto nascere reti tra soggetti che prima non collaboravano: imprese e terzo settore, fondazioni e pubbliche amministrazioni, comunità locali e istituzioni nazionali. Collaborazione e sinergia hanno smesso di essere slogan per diventare pratiche consolidate, anche se ancora fragili e diseguali nei territori». 

Una prospettiva che dialoga direttamente con il senso di Bussola 2026 e con il lavoro che Hangar Piemonte sta portando avanti: utilizzare l’Agenda 2030 e i megatrend non come strumenti separati, ma come occasioni per costruire nuove alleanze tra cultura, welfare, imprese e pubbliche amministrazioni. 

Perché, come emerge dalle parole di Maino, affrontare le disuguaglianze oggi significa prima di tutto imparare a leggere le connessioni tra fenomeni che troppo spesso continuiamo a osservare separatamente. E significa riconoscere che, accanto alle politiche e agli strumenti, esiste una dimensione relazionale e culturale senza la quale nessuna trasformazione può diventare realmente condivisa e duratura. 

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