Ex Asilo Filangeri – Napoli

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Hangar Piemonte
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Intervista a Maria Francesca De Tullio, abitante e ricercatrice di Diritto Costituzionale e a Nina Boukarhari Laporte abitante dell’Ex Asilo Filangeri (Napoli)
Sito: https://www.exasilofilangieri.it/
INDICE
- Com’è nata la vostra realtà e partendo da quali bisogni e desideri?
- Quale forma organizzativa avete scelto?
- Come sono le relazioni con il territorio e le istituzioni?
- Quali sono i messaggi più importanti che volete trasmettere?
- Come lavorate alla sostenibilità del vostro progetto?
- Secondo voi come si misura la qualità di una proposta artistica e culturale?
- In che cosa potete essere un esempio per gli altri spazi?
Come, quando e perché siete nati e da quali bisogni vostri e del territorio?
Maria Francesca De Tullio
«L’ex asilo nasce nel 2012 da un’occupazione che noi chiamiamo Liberazione. Molti spazi a Napoli si dicono liberati, più che occupati perché di fatto li apriamo alla cittadinanza. Quindi “occupato” è un termine che, con tutto il rispetto, evoca un immaginario che non è quello che noi vorremmo. Noi riteniamo di aver liberato.
L’immobile era di proprietà comunale, dato in concessione ad una fondazione che si chiama Forum Universale delle Culture che aveva il compito di organizzare un grande evento che era proprio quello che veniva contestato, da un punto di vista di politica culturale, dal collettivo che ha inizialmente occupato lo spazio. Non piaceva l’impostazione tipica, molto centralizzata, che non portava risorse vere sul territorio e non ne ascoltava le voci.
Al di là di questa origine, L’asilo è diventato uno spazio per tutti, tutte e tuttu, disponibile per la città. Va a rispondere ad una necessità di spazio pubblico, di liberare questi spazi dalla privatizzazione e di restituirli a un uso e soprattutto a una gestione anche pubblica e partecipata.
In questo periodo quello di cui stiamo discutendo anche molto e che con l’impennata del turismo e conseguentemente della speculazione immobiliare nel centro storico di Napoli l’Asilo sta diventando una risposta anche a questo ,nel senso che ormai è sempre più difficile trovare un luogo dove si possa semplicemente stare, senza consumare, senza sovraffollamento di turismo e di tutto l’indotto. L’Asilo è luogo di cambiamento delle politiche, non solo dove si può stare al di là di queste logiche, ma che in qualche modo cerca di attivarsi per per modificare per chiedere anche delle politiche pubbliche».
Nina Boukarhari Laporte
«Condividiamo e facciamo parte di una serie di campagne contro la privatizzazione degli spazi pubblici, contro la speculazione, impegnate per la limitazione degli affitti brevi. C’è anche il fatto che avere questi spazi ha permesso anche a tante realtà di crearsi. Pensiamo per esempio alle compagnie di danza e di teatro, ai musicisti che hanno potuto usare i nostri spazi gratis e di sviluppare i propri processi artistici».
Quale forma organizzativa avete assunto?
Maria Francesca De Tullio
«È stato sostanzialmente un esperimento di creatività giuridica. Nel senso che la forma giuridica che abbiamo scelto non è una forma giuridica che esisteva già. Ovviamente non è una cosa contro la legge, è semplicemente al di fuori di quello che era esplicitamente previsto dalla legge.
Anzi ha dei precisi riferimenti costituzionali nell’uguaglianza nella partecipazione politica, nei limiti sociali alla proprietà privata e nella sussidiarietà orizzontale. L’asilo è uno spazio che si è sempre autogestito attraverso assemblee aperte, orizzontali sulle quali ci interroghiamo su come renderle ancora più orizzontali.
Formalmente non c’è un direttivo, c’è un’autogestione degli spazi e dinamo che ricostruiamo insieme e proviamo a mettere in questione e ridistribuire. Non significa che sia un posto neutrale perché tutta questa apertura risponde però ai principi di base dell’antifascismo, anti razzismo, anti sessismo.
La forma giuridica nuova era importante perché non volevamo adeguarci a nessuna delle forme legali esistenti, non ci riconoscevano nel modello in cui l’asilo è un ente che formalizza e ha in gestione uno spazio perché non volevamo uno spazio in gestione esclusiva. Uno dei principi fondamentali dell’Asilo e che non c’è nessun uso esclusivo dello spazio, quindi deve essere sempre aperto a rotazione oppure in condivisione.
Quindi si è scelta questa forma innovativa dell’uso civico e collettivo urbano. La dichiarazione è stata riconosciuta dal Comune di Napoli a valle di un percorso giuridico anche abbastanza articolato. La prima cosa che ha fatto il Comune è stata inserire i beni comuni nello Statuto, poi ha riconosciuto l’acqua pubblica come bene comune, poi c’è stato un riconoscimento dell’asilo e di altri spazi come beni comuni. Tutto questo in attesa che si scrivesse la delibera che desse l’ufficialità. Ovviamente questo riconoscimento era imperfetto. Però riconosceva un processo di auto-affermazione, accompagnava la scrittura della delibera dopo quella della dichiarazione d’uso.
A seguire c’è stata una delibera di giunta e di consiglio di presa d’atto della dichiarazione stessa. Fa parte di questa formula giuridica diversa il fatto che il Comune non deleghi soltanto la gestione alla comunità, ma ne riconosca il valore politico, sociale e culturale. L’ente continua a farsi carico delle spese di manutenzione straordinaria e delle utenze. Questo processo si stava avviando in contemporanea in diversi spazi. L’Asilo ha portato avanti il percorso politico che è stato poi accolto anche da altri luoghi.
A livello di gestione interna l’Asilo è dotato di un’assemblea che si riunisce ogni lunedì e che è il cuore decisionale dell’Asilo, dove vengono prese tutte le decisioni. A volte sono più tematiche, di indirizzo di gestione o sulle questioni politiche, ma di base è il luogo in cui si condividono le proposte e si stabilisce cosa realizzare. Se ci sono problemi se ne parla e si trova una mediazione. Non si vota, si decide per consenso e si discute, quando non si è d’accordo, fino a trovare una soluzione comune. Ogni assemblea sceglie di volta in volta il suo moderatore e quindi gli incontri possono essere diversi l’uno dall’altro per modalità di gestione ma il risultato è sempre comune. Le assemblee possono essere anche lunghe, ma sono aperte alle proposte e alle visioni di tutte e tutti, anche di chi viene da fuori.
Certo la persona appena arrivata non può mettere un veto su una proposta. Se un abitante del quartiere viene a votare contro il concerto perché gli dà fastidio la musica è un sabotaggio e basta e questo non si può fare. Si viene in assemblea, se ne parla e si capisce come risolvere un eventuale problema.
Poi tutto viene reso operativo nei tavoli di lavoro. L’Asilo è uno spazio completamente autogestito. Chiunque può portare una proposta e un’iniziativa ma bisogna poi trovare chi la realizza. Serve chi si occupa di tutti gli aspetti. I tavoli tematici servono a dare supporto all’operatività».
Come vi relazionate con il territorio e con le istituzioni?
Nina Boukarhari Laporte
«In un quartiere del centro è difficile trovare uno spazio così grande, ma il fatto che sia un bene comune permette di metterlo a disposizione di tutti e tutte. Le pratiche che si fanno all’asilo sono accessibili, è uno spazio di sperimentazione perché permette di trovare dei modi di relazionarsi diversi.
Abbiamo anche fatto un lavoro su come connetterci alle persone che abitano il quartiere e avere maggiori strumenti aumenta la nostra volontà di lavorare su questo rapporto che è necessario. L’Asilo è uno spazio che permette di essere liberi, di avere un luogo dove stare insieme senza pagare ed è fondamentale soprattutto per i più giovani che hanno difficoltà a trovare posti dove andare».
Maria Francesca De Tullio
«Il Comune è stato aperto e coraggioso, ma non è che l’ha fatto subito in modo indolore. Sono stati necessari alcuni anni di conflitto.
La rete dei beni comuni anche in relazione al rapporto con le istituzioni, si è dotata di alcuni organi consultivi nuovi come l’Osservatorio sui Beni Comuni Permanente della Città di Napoli, che è un organo partecipativo che si occupa di dialogare e di favorire il confronto pubblico sulla tematica dei beni comuni e aiutare il dialogo tra i beni comuni e le istituzioni, anche traducendo in qualche modo due linguaggi molto diversi.
L’Osservatorio è stato prorogato dalla nuova giunta e dovrebbe partecipare anche ai lavori che si faranno per la creazione di un nuovo regolamento dei beni comuni a livello comunale.
Poi c’è la Consulta di Audit sulle risorse sul debito e sulle risorse della città di Napoli che ha questa funzione di monitorare il debito e le risorse da un punto di vista politico, su come i fondi vengono usati e investiti, sulle scelte che ci stanno dietro. È nata da un tavolo informale e poi è rientrata in un percorso istituzionale che è andato oltre i Beni Comuni. Chiede conto delle scelte che vengono fatte perché come un Comune usa i suoi soldi ricade poi anche sulle possibilità di investimenti e di destinazione delle risorse ovviamente.
Anche se è poi entrata a far parte degli strumenti nominati dal Comune è un organo anche conflittuale, nel chiedere conto e controllare. Ha fornito però anche suggerimenti utili su come sfruttare al meglio le risorse e come gestirle.
A Napoli c’è un processo di trasformazione istituzionale partito dai Beni Comuni e che ci vede coinvolti e in relazione con le istituzioni.
Rispetto ai cittadini e alla cittadine, si fa spesso riferimento alla tematica del quartiere ma al suo interno ci sono interessi variegati. Una realtà come la nostra, che si pone nella logica di un uso condiviso dello spazio, per tutte, tutti e tuttu, sottrae spazi ad altri usi privati, per esempio.
Noi abbiamo sempre cercato di non metterci in competizione con nessuno e di collaborare e dialogare ma chiaramente una posizione come la nostra può generare conflitti e malcontento in chi vorrebbe questo luogo usato in modo diverso.
Avere uno spazio così grande nel centro storico ha permesso di fare venire artisti, artiste, ricercatori e ricercatrici di tutto il mondo nel sud Italia, che è abbastanza isolato dal punto di vista musicale e culturale. Le persone vengono qui perché sono interessate e le scelte che facciamo non sono guidate da una direzione artistica. Per questo c’è eterogeneità. Le persone partecipano all’assemblea aperta e fanno proposte di vario tipo, dal concerto alla residenza artistica, dallo spettacolo al laboratorio. E alla fine se le idee non vanno contro i principi e i valori di base e si possono realizzare si fanno. La cosa bella è poi attraversare e vivere lo spazio quando avvengono le varie iniziative perché sono tante, variegate. C’è la biblioteca, il teatro, la sala per la danza e lo yoga, i laboratori di sartoria, falegnameria, scenografia, camera oscura, ceramica.
I nostri spazi sono polifunzionali e a disposizione di chiunque abbia un’idea e voglia realizzarla, per persone diverse.
Lo spazio che è votato alla sperimentazione, alla musica sperimentale, all’arte sperimentale perché viene all’Asilo soprattutto chi non riesce a trovare spazio in luoghi commerciali, Il nostro quindi non è un pubblico nazional popolare. Però avvicina persone diverse con esigenze diverse che qui possono conoscersi e scoprire cose nuove. Permette di realizzare produzioni con spese relativamente basse e che altrove non sarebbero possibili».
Quali sono i messaggi più importanti che volete comunicare al vostro pubblico?
Maria Francesca De Tullio
«Abbiamo difficoltà con la parola “pubblico “. Vogliamo che all’Asilo arrivino persone, non pubblico. Ci interessa che siano interessate a partecipare della vita dell’Asilo, non che vengano a fruire di qualcosa.
Qualsiasi cosa facciamo, non la realizziamo mai con l’intento di portare qui pubblico, di crearne uno. Vogliamo invece realizzare qualcosa che riteniamo necessario da un punto di vista civico e politico, di dare spazio a chi ne ha bisogno. Vogliamo mobilitare la collettività, spingerla ad attivarsi. Speriamo che se una persona viene qui per una ragione poi le venga voglia di tornare e proporre qualcosa, dopo aver scoperto chi siamo e cosa avviene. Anche grazie al fatto che non ci sono barriere economiche.
Vogliamo che le persone vengano in assemblea a portare i propri messaggi, più che seguire i nostri. Poi storicamente come Asilo parliamo di lotta contro la privatizzazione degli spazi, dell’accentramento e della scarsità delle risorse per la cultura. Però in realtà vogliamo essere un luogo dove si continui a ragionare collettivamente e a portare anche questioni diverse. Un gruppo ha portato la tematica queer, un altro, legandosi all’orto, parla di temi come le reti del cibo, di ecologia. Tutti possono portare la propria idea».
Come lavorate alla sostenibilità del vostro spazio e progetto?
Nina Boukarhari Laporte
«Intendiamo la sostenibilità in senso lato, sia economica che di gestione dell’intero progetto. L’Asilo è uno spazio autogestito e la partecipazione non è da dare per scontata.
Non è un luogo che fa i suoi abitanti e dopo il Covid l’abbiamo visto ulteriormente. La pandemia ha cambiato molte cose ed è stato difficile riprendere dopo. Alcune attività non sono più state organizzate. Eravamo tantissimi prima e siamo rimasti in meno dopo. Infatti condividiamo spesso il fatto che servono nuove persone che si occupino degli spazi e le porte sono sempre aperte per chi ha voglia di aiutarci in questo senso.
I grandi eventi che facevamo in passato al momento non sono umanamente sostenibili perché siamo troppo pochi. Meglio quindi fare meno cose ma bene. Questo spazio richiede molta gestione e potersene occupare è un tema connesso alla sostenibilità del progetto. Essere in pochi lo rende meno facile. L’uso di questo spazio è totalmente gratuito, così come delle attività che realizziamo.
Nessuna delle persone che lavorano nello spazio, per gestirlo e curarlo, viene pagata. Tutti i soldi servono per la manutenzione e le produzioni. I nostri appuntamenti non sono mai a pagamento e se ci sono cose molto dispendiose, sperimentiamo modalità diverse di pagamento, per esempio il biglietto sospeso o un crowdfunding per sostenere le spese vive, per esempio il viaggio di un artista che arrivava dal Giappone.
Una regola che abbiamo è che non paghiamo le persone che si occupano della gestione quotidiana dello spazio che deve rimanere libera, volontaria, attivista. Non c’è scambio economico con le persone che abitano lo spazio e se ne occupano».
Maria Francesca De Tullio
«Come detto, il Comune copre le spese delle utenze e di manutenzione straordinaria, ma a volte, per non rischiare di chiudere o limitare l’uso degli spazi, le sosteniamo noi. Per esempio ora stiamo mettendo una rete di sicurezza nel refettorio perché c’è stata una caduta di pezzi di intonaco. È una cosa che doveva fare il Comune, però siamo in attesa e anziché chiudere quella parte dello spazio siamo intervenuti noi.
Abbiamo anche partecipato ad un bando, ma sono molto complicati, chiedono molte cose e nella comunità non erano tutti favorevoli. Perché seguono logiche diverse da quelle della comunità, che si permette di sperimentare e cambiare idea. Nei bandi invece devi dire cosa farai e garantirlo per ricevere quei fondi.
C’è poi il tema di chi eroga i bandi, dell’origine dei finanziamenti. Quali soldi accettiamo e quali no? I soldi di origine bancaria nella comunità creano difficoltà perché di base si preferisce non accettare fondi da parte delle fondazioni bancarie. In generale, sia per interventi che per proposte culturali preferiamo l’auto produzione perché significa essere indipendenti e non vincolati a richieste di terzi sull’uso dei fondi. Poi a volte il desiderio di realizzare qualcosa è più forte delle criticità.
È difficile mettere d’accordo persone molto diverse con una forte identità anche etica, corretta e giusta che a volte però deve scendere a patti con alcune necessità».
All’Asilo non c’è una direzione artistica vera e propria e la filosofia dello spazio è quella di accettare il maggior numero di proposte fattibili. Ma come si riconosce per voi la qualità di un progetto/prodotto culturale?
Nina Boukarhari Laporte
«La parola “prodotto” ci mette in difficoltà, ma di base accettiamo proposte che siano fattibili. L’importante è che chi propone il proprio progetto partecipi anche alle assemblee per parlare della propria idea. E ovviamente non deve andare contro i valori dello spazio. Poi essendo persone che lavorano volontariamente nell’Asilo, non pagate, al momento meno persone che in passato, operiamo scelte che sappiamo di poter realizzare con le nostre forze interne».
Maria Francesca De Tullio
«C’è un accesso ampio, la questione per noi non è la qualità, ma la partecipazione, usare gli spazi e accogliere le proposte che arrivano. Quel minimo di direzione artistica che facciamo non è mai sui contenuti, ma sul provare a far incontrare artisti e artiste, far collaborare persone che non si conoscono e che possono creare qualcosa di nuovo insieme».
Perché siete un esempio per gli altri spazi?
Maria Francesca De Tullio
«Il potenziale trasformativo dell’Asilo sta nella trasformazione politica. Veniamo invitati per far vedere che c’è una possibilità diversa dall’uso esclusivo di uno spazio, dalla gerarchia. Siamo un laboratorio e anche quando ci raccontiamo non lo facciamo con l’intenzione di riprodurre altri come noi, ma di nutrire l’immaginario, aprire ad altre possibilità».
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