13 Febbraio 2026

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Il digitale per la trasformazione culturale

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Hangar Piemonte

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Immaginari, potere e possibilità di un futuro diverso

Il digitale è spesso raccontato come uno strumento neutro, una semplice infrastruttura tecnica destinata a migliorare processi, velocizzare scambi, ampliare possibilità. Eppure, osservato da vicino, il digitale si rivela tutt’altro che neutrale: incorpora visioni del mondo, modelli di società, idee di futuro. Comprendere il senso del digitale, prima ancora dei suoi usi, diventa quindi una questione culturale e politica centrale.

Da questa prospettiva parte la riflessione di Antonio Dante Maria Santangelo, Professore di Semiotica delle culture digitali presso l’Università di Torino. A seguire è possibile leggere un estratto del suo intervento proposto in occasione dell’incontro Il digitale per la trasformazione culturale del 28 gennaio all’interno del percorso di Hangar Piemonte dedicato alla mappatura dell’ecosistema culturale digitale.

La progettualità fa parte delle attività realizzate da Hangar Piemonte, in collaborazione con la Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, nell’ambito del progetto Dicolab. Cultura al digitale, il sistema formativo promosso dal Ministero della Cultura – Digital Library nell’ambito del PNRR Cultura 4.0, finanziato dall’Unione europea – Next Generation EU.

Dall’empowerment all’alienazione: una genealogia del digitale

All’inizio degli anni Ottanta, con l’avvento del personal computer, il digitale viene presentato come uno strumento di emancipazione individuale. La promessa è chiara: la tecnologia restituisce potere agli individui, li rende autonomi, li sottrae all’omologazione prodotta dai media di massa. Il computer personale diventa il simbolo di un soggetto libero, creativo, capace di autodeterminarsi.

A distanza di quarant’anni, questa narrazione appare profondamente incrinata. Il “Grande Fratello” non è più la televisione, ma l’insieme delle piattaforme digitali e delle grandi aziende tecnologiche che producono e governano gli strumenti oggi indispensabili alla vita quotidiana. Gran parte degli studi critici contemporanei mostra come le tecnologie digitali producano forme diffuse di alienazione.

Alienazione economica, perché gli utenti lavorano gratuitamente generando dati che alimentano profitti altrui. Alienazione simbolica e sociale, perché le piattaforme restituiscono l’illusione della libertà di scelta mentre orientano comportamenti, desideri e decisioni. In questo senso, la cosiddetta “rivoluzione digitale” assume un significato paradossale: non un avanzamento lineare, ma un ritorno a forme di dipendenza, disuguaglianza e controllo che ricordano strutture premoderne, talvolta definite come tecno-feudali.

Sorveglianza e crisi della libertà

Uno dei tratti distintivi del digitale contemporaneo è la sua capacità di intervenire sui comportamenti. Le piattaforme non si limitano a offrire strumenti, ma profilano gli utenti, prevedono azioni future e orientano le scelte attraverso meccanismi di nudge: spinte gentili, spesso impercettibili, che indirizzano le decisioni verso direzioni prestabilite.

Il nodo critico non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma la costruzione di ambienti decisionali opachi. Gli algoritmi che regolano l’accesso all’informazione, alla visibilità e al desiderio non sono trasparenti: riflettono le priorità e gli interessi di chi li progetta. Ne deriva una crisi silenziosa della libertà, in cui l’autonomia individuale viene progressivamente sostituita da forme di guida invisibile.

In questo scenario, anche le democrazie liberali mostrano segni di fragilità. Se le tecnologie digitali incidono sulla formazione dell’opinione pubblica, sul consenso politico e persino sui meccanismi del desiderio, allora il digitale diventa una questione di responsabilità collettiva e non un semplice ambito tecnico.

Il futuro come narrazione

Parlare di digitale significa inevitabilmente parlare di futuro. Il futuro, tuttavia, non è un oggetto dato: è una costruzione narrativa. Esiste nella misura in cui viene immaginato, raccontato e condiviso. Le società agiscono in modo coerente con le storie che raccontano a se stesse sul proprio domani.

Analizzando discorsi pubblici, libri e prodotti culturali, emergono modelli ricorrenti attraverso cui il futuro viene narrato. Questi modelli non sono neutri: orientano scelte politiche, economiche e culturali, e influenzano direttamente il modo in cui le tecnologie digitali vengono progettate e adottate.

Modelli di digitale e modelli di società

Le slide dell’intervento chiariscono in modo particolarmente efficace come i modelli di futuro e di digitale possano essere letti lungo due assi fondamentali:

  • il numero di prospettive riconosciute (una o molte)
  • il grado di responsabilità verso gli altri (assente o presente)

Dall’incrocio di questi assi emergono quattro grandi modelli.

Il primo è il modello individualistico, erede diretto dell’immaginario originario del personal computer. Qui il digitale è uno strumento di empowerment personale: chi sa usarlo avanza, chi resta indietro è responsabile del proprio fallimento. La prospettiva è unica, centrata sull’individuo, e non esiste una responsabilità verso gli altri. La società viene pensata come somma di performance individuali.

Un secondo modello è quello tribale o geopolitico. In questo caso si riconosce l’esistenza di più prospettive, ma ciascuna resta chiusa entro i confini del proprio gruppo: stati, aree geopolitiche, comunità identitarie. Il digitale diventa uno strumento di competizione tra “tribù”, e la responsabilità si esercita solo verso l’interno del gruppo, non verso l’esterno.

Il terzo modello è quello responsabile. Chi lo porta avanti, pensa che le proprie tecnologie debbano e possano fare il bene degli altri, ma ritiene che solo esse siano utili a questo scopo, perché sono progettate e utilizzano i dati nell’unica prospettiva che gli appare sensata per farlo.

Il quarto modello è quello inclusivo e multiprospettico. Qui il digitale viene riconosciuto come prodotto di scelte situate e parziali. Poiché le tecnologie incorporano le prospettive di chi le progetta e i dati su cui vengono addestrate, diventa essenziale moltiplicare i punti di vista, rendere espliciti i criteri, includere differenze e minoranze. La responsabilità non è delegata alla tecnologia, ma assunta collettivamente.

Questo modello rifiuta l’idea di un digitale-oracolo che fornisce risposte universali. Accetta invece la complessità e promuove tecnologie capaci di dichiarare i propri limiti, di essere discusse, negoziate e adattate dalle comunità che le utilizzano.

Tecnologie conviviali e sovranità digitale

All’interno di questa prospettiva si colloca il dibattito sulle tecnologie conviviali e sulla sovranità digitale. Si tratta di immaginare strumenti progettati per restare sotto il controllo delle comunità che li utilizzano: tecnologie trasparenti nel funzionamento, interoperabili, capaci di dialogare tra loro senza concentrare potere e dati in pochi soggetti.

In questo scenario, il digitale non è un dispositivo magico che risolve problemi, ma un ambiente di apprendimento condiviso. Le tecnologie diventano occasioni di alfabetizzazione critica, strumenti per comprendere come funzionano i sistemi che influenzano la vita quotidiana, e non semplici oggetti da consumare passivamente.

Una domanda aperta per il settore culturale

Il settore culturale si trova oggi di fronte a una scelta cruciale. Accettare il digitale così com’è, adattandosi ai suoi modelli dominanti, oppure interrogarsi sul tipo di digitale che si intende abitare e promuovere.

Le tecnologie non sono inevitabili: sono il risultato di decisioni, priorità e immaginari. Non esistono risposte definitive né soluzioni semplici. Esiste però la necessità di porsi domande radicali: che tipo di digitale si desidera? Quali valori incorpora? Quali relazioni produce? E soprattutto: quale futuro contribuisce a rendere possibile?

È su questo terreno che la trasformazione culturale incontra il digitale, non come destino ineluttabile, ma come spazio di scelta, responsabilità e progettazione collettiva.

Per approfondire

Nelle slide della giornata e del docente è possibile trovare diversi testi e letture suggerite per approfondire il tema.

Le potete consultare qui:

I testi suggeriti offrono chiavi di lettura differenti ma convergenti su un punto centrale: il digitale non è un destino inevitabile, ma un campo di possibilità che può essere compreso, discusso e riprogettato collettivamente.

L’autore

Antonio Dante Maria Santangelo è professore in Semiotica e Filosofia dei Linguaggi presso l’Università degli Studi di Torino, dove insegna Semiotica, Semiotica delle culture digitali e Progettazione e management del multimedia per la comunicazione. I suoi principali interessi di studio sono legati allo sviluppo di una semiotica intesa come scienza sociale della significazione e alla teoria della narrazione, che applica in diversi campi: dai media e i cultural studies alla bioetica, dalle indagini sul significato degli strumenti digitali nella nostra società ai futures studies. Tra le sue ultime pubblicazioni, Critica di ChatGpt (2025) e Immaginari del domani. Tra futures studies, semiotica e worldbuilding (2024).

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