22 Ottobre 2024

Accompagnamento

La Foresta – Accademia di Comunità – Rovereto

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Hangar Piemonte

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Intervista a Fabio Franz, comunicazione di La Foresta – Accademia di Comunità (Rovereto, TN)

Sito: https://laforesta.net/

INDICE

  1. Com’è nata la vostra realtà e partendo da quali bisogni e desideri?
  2. Quale forma organizzativa avete scelto?
  3. Come sono le relazioni con il territorio e con il pubblico?
  4. Come vi relazionate e lavorate con le istituzioni?
  5. Qual è la ricaduta maggiore che avete sul territorio?
  6. Quali sono i messaggi più importanti che volete trasmettere?
  7. Quali linguaggi usate per mettervi in relazione con il vostro pubblico?
  8. Secondo voi come si misura la qualità di una proposta artistica e culturale?
  9. Come lavorate alla sostenibilità del vostro progetto?
  10. In che cosa potete essere un esempio per gli altri spazi?

Com’è nata la vostra realtà? Da quali bisogni e desideri vostri e del territorio in cui operate siete nati? Come vi siete trasformati?

«La foresta è nata da un gruppo che ha iniziato a costituire questa comunità di persone nel 2017. Diverse persone che lavoravano a Rovereto, in diversi ambiti, dalla programmazione culturale, alla mediazione del conflitto, dalla cooperazione allo sviluppo, dall’educazione ambientale all’agro-ecologia e che venivano da diversi percorsi di vita, professionalità e passioni, hanno iniziato a trovarsi regolarmente ogni settimana. In una sorta di incontro che è poi diventata la nostra assemblea, che si riunisce ogni due settimane, che è sempre il principale punto d’incontro de La foresta ed è il nostro organo decisionale principale. La domanda fondante del nostro lavoro è ed è sempre stata “come si fa una comunità?”. Tante persone ne parlano ma poche si chiedono che cosa sia una comunità e come vogliamo che sia questa comunità ideale, come la immaginiamo.

Tantissime delle idee che stanno alla base della foresta rispondono a un bisogno di socialità, di creazione di nuove relazioni e di alleanze, amicizie tra persone che magari lavorano in ambiti che sono vicini e che hanno la stessa intenzione di voler generare un cambiamento ecologico, sociale e culturale positivo all’interno del nostro territorio e oltre. La Foresta è sorretta da questi tre macro pilastri tematici: il sociale innanzitutto, il culturale e l’ambientale, perché stiamo cercando di portare avanti lo spirito ambientalista attraverso tutte le diverse attività.

Cerchiamo di creare relazione tra questi tre ambiti e tra le persone che se ne occupano perché siamo convinti che questi tre ambiti debbano dialogare fra di loro per generare il cambiamento che vorremmo ottenere tutti e tutte. Ci chiediamo sempre come vogliamo questa comunità, come crearla al giorno d’oggi, quali sono gli ingredienti fondamentali e quale forma vogliamo attribuire. Per esempio che sia aperta, solidale, che ama la natura, che non si vede come qualcosa di separato dall’ambiente ma che fa parte di esso, che accoglie e che è anche creativa, in sperimentazione costante.

E poi le altre domande erano tutte attorno agli strumenti che ci servono per ottenere questa comunità. Si parla tanto di beni comuni, ovviamente una delle massime di tante persone che si occupano di beni comuni è no commons without community. Non esistono beni comuni senza una comunità che li pensa, li crea con una cura costante e attraverso una dimensione fortemente pratica. Chiedendosi cosa sono i beni comuni, dove possono emergere, se sono qualcosa di dato o se sono qualcosa che va costruito quotidianamente. E come fa a creare nuovi beni comuni per le generazioni future? Quali sono gli strumenti di cui abbiamo bisogno? Sicuramente serve uno spazio fisico, un luogo dove trovarsi. Tante persone che facevano parte di questi primi incontri ormai da tempo sognavano un luogo che fosse uno spazio aperto, però anche che contenesse degli spazi al chiuso per poter continuare a fare attività. Uno spazio dove portare avanti questo processo di creazione di comunità, dove conoscersi, dove incontrarsi, anche basandosi su un buon elemento di casualità e di incidentalità dell’incontro. Non si sa mai chi entri da quella porta domani e se con quella persona o gruppo si inizierà a fare un progetto insieme. Questa fluidità dell’incontrarsi, del conoscersi, di prendere tutte le persone sul serio come portatrici di interessi e passioni e capacità. È uno degli elementi e anche uno dei più grandi propellenti di quello che il progetto La Foresta è adesso».

Una realtà fatta di tante persone, che ama cambiare e lasciarsi stupire dalle energie e dalle competenze che l’attraversano. Ma che necessita di una forma per esistere. Quale?

«Su questo ci siamo interrogati a lungo. A livello giuridico la forma più vicina a noi è la comunità informale. Ti permette di avere un codice fiscale, di fare un’assicurazione. All’interno della comunità informale tutte le persone si assumono lo stesso livello di responsabilità, anche per quello che riguarda la responsabilità civile e penale. Purtroppo però non ti permette di accedere a bandi, di ricevere finanziamenti pubblici, di creare un accordo di collaborazione con il Comune, come invece abbiamo fatto noi. Ci siamo quindi chiesti se essere una cooperativa o una fondazione e ci siamo informati anche su queste forme. Alla fine abbiamo scelto quella più convenzionale, ma che, per diverse ragioni, era la più funzionale. Siamo quindi un’associazione di tipo misto, un ente del terzo settore. Grazie a questa scelta possiamo attrarre finanziamenti pubblici, stringere un accordo di collaborazione col Comune ed essere un po’ più strutturati. Il problema dell’associazione è che porta con sé una certa gerarchia. Ci deve essere il presidente, il vicepresidente, il segretario e queste figure si assumono le responsabilità. Per far fronte a questa cosa cambiamo consiglio direttivo completamente ogni due anni. Proprio con l’idea di ruotare il più possibile, dando comunque una certa continuità anche alle persone che ricoprono i diversi ruoli.

 Sin da subito l’idea è stata di fare un consiglio direttivo il più allargato possibile, quindi tutte le persone che si associano a La Foresta entrano direttamente nel consiglio direttivo. Abbiamo poi deciso di unire gli aspetti burocratici e formali che richiede un’associazione con la forma organizzativa più orizzontale, basato sulla sociocrazia.

La Foresta fa coincidere la riunione del consiglio direttivo con l’assemblea pubblica quindicinale (copiata dall’ex asilo Filangeri di Napoli, con cui siamo in rete e abbiamo dei buonissimi rapporti). L’assemblea è così l’organo decisionale principale, tutte le maggiori decisioni transitano per l’assemblea, che è anche il momento in cui tutti i diversi gruppi che si sono formati (sulla comunicazione, sulla burocrazia, sulla contabilità, ecc.) raccontano il loro lavoro. Il consiglio direttivo, che partecipa all’assemblea, verbalizza e assume le decisioni prese col metodo del consenso e con la sociocrazia. Per rendere questo reale e operativo ci siamo informati e abbiamo invitato il massimo esperto italiano.

Ci sono strumenti anche per poter prendere decisioni insieme e per noi era fondamentale curare questa dimensione dell’orizzontalità, dando a tutte le persone che partecipano a questa assemblea di essere pienamente coinvolte nel processo decisionale. Tutte le persone parlano, si procede per cerchi di parola e parlano solamente le persone che hanno un immaginario bastone della parola. Si cerca di non parlarsi addosso, di ascoltare tutte le persone, di evitare che qualcuno possa monopolizzare la discussione o che si creino dei dibattiti uno a uno all’interno dell’assemblea. Cerchiamo di far durare questi incontri un’ora e mezza e di trovare sempre una soluzione a larga maggioranza».

Un’assemblea pubblica di questo tipo, partecipata e aperta, porta a chiedersi come siano le relazioni con il territorio e come entrate in contatto con il vostro pubblico.

«L’assemblea è pubblica, tutte le persone possono partecipare, quindi succede spesso che gruppi, associazioni, enti o singole persone che vogliono capire un po’ di più di cos’è La Foresta e come funziona possono venire. Chiediamo alle persone nuove che si affacciano all’assemblea di non intervenire nel processo decisionale per tre volte. Dopo tre volte che partecipi hai pieno diritto di essere abitante de La Foresta e quindi di partecipare al procedimento decisionale a tutto tondo. Per essere parte non devi per forza essere socio, ma devi partecipare.

Al centro ci sono le persone che lavorano sui progetti, che stanno qua ogni giorno, che ce l’hanno nel sangue. Nell’orbita un po’ più esterne si collocano l’associazione che utilizza lo spazio per fare la propria riunione o per organizzare un evento e persone che vengono, partecipano molto intensamente per poco tempo e poi se ne vanno.

Come ci rivolgiamo al nostro territorio quindi? Ovviamente attraverso le attività. Quindi la dimensione pratica è quella attraverso cui comunichiamo di più. Tutti i progetti che facciamo sono quasi dei pretesti per unire le persone, per lavorare su questo processo di creazione di comunità e di relazioni. Mettiamo al centro l’aspetto partecipativo e ci chiediamo come organizzare e ideare le nostre attività in modo diverso, più comunitario. Ci teniamo a stravolgere formati che magari sono conosciuti, attraverso la gentilezza, l’apertura, la voglia di coinvolgere le persone, l’energia positiva».

Come vi fa percepire dalle istituzioni questo e come sono coinvolte? Prima parlavi del fatto che ovviamente avete scelto la forma associativa perché in Italia è quella più funzionale anche alla partecipazione a bandi, la creazione di accordi di collaborazione, e citavi il Comune. Come le istituzioni, che spesso sono molto più verticali, entrano in relazione con voi e come percepiscono la vostra modalità di lavoro?

«La relazione con le istituzioni è un tema che mi appassiona molto proprio perché è cambiata tantissimo dall’inizio. Da quando nel 2018 abbiamo iniziato a collaborare con il Comune di Rovereto, quasi come forzatura perché RFI ci ha detto che se non collaboravamo col Comune non potevamo fare un contratto di comodato d’uso gratuito per gli spazi che volevamo utilizzare. Infatti l’accordo è stato fatto con l’ente pubblico, noi abbiamo creato un progetto insieme a loro, e ci è stato dato lo spazio in uso. Quindi all’inizio questa cosa ci ha preoccupati, abbiamo temuto che tutte le nostre belle idee sarebbero state prese e modificate. Avevamo una fortissima sfiducia, perché nessuno di noi aveva mai collaborato con un’amministrazione pubblica. Ma partendo da questo siamo arrivati nel tempo a costruire un rapporto di forte fiducia che va in tutti e due i sensi. 

Questo risultato è stato ottenuto attraverso una serie di strategie di coinvolgimento messe in atto insieme ai funzionari del Comune di Rovereto, dell’ufficio Servizi Politici e Sociali con cui noi collaboriamo ed è anche quello che ha definito la natura del progetto. Si lavora sul sociale, si utilizzano la cultura, discorsi ambientalisti, però il sociale è la base di tutto e il Comune ci tiene a dire che La Foresta è un progetto completamente sperimentale su come lavorare sul sociale in maniera differente.

Le prime riunioni con il Comune le facevamo in massa. Nessuno di noi è mai andato da solo a incontrare l’assessore. Immagino la sensazione del dirigente. 10 persone che provenivano da diversi ambiti della società, ma lo facevamo per far capire che La Foresta non è fatta di una o due persone. E il Comune ha capito che erano idee e istanze di tanti e tante e non di pochi e che sapevamo di cosa stavamo parlando».

La ricaduta maggiore che secondo te avete avuto sul territorio qual è? Quella di creare legami e comunità?

«Sì, però penso che sia un processo talmente lungo che sia molto difficile avere effettivamente il polso di come La Foresta venga percepita. Funziona tutto in maniera molto informale.Sappiamo che stiamo trasformando delle cose, a livello di linguaggio, di metodi, di immagine visiva, perché ci teniamo tanto anche a rivoluzionare un po’ l’aspetto grafico e l’estetica dell’associazionismo. È tutto open source, vogliamo sempre condividere questi strumenti. Alcune persone e alcune associazioni stanno adottando degli strumenti che utilizziamo noi e quindi vediamo che il nostro metodo un po’ si sta riverberando nel mondo associativo.

Penso che l’impatto maggiore avuto fino a qui sia il successo del lavoro con la pubblica amministrazione. Dimostrare che un certo modo di prendere decisioni, un certo modo di amministrare un bene, di rapportarsi con la pubblica amministrazione sta funzionando. È l’esistenza della comunità eterogenea di persone che costituiscono la nostra comunità che ha l’impatto maggiore dal quale poi dipende tutto il resto».

I messaggi e i temi su cui lavorate maggiormente sono sociale, ecologia e cultura. Ne individuate altri importanti da trasmettere?

«Tutta la questione legata ai beni comuni per noi è fondamentale.Recentemente c’è stato un bellissimo progetto di mappatura di tutti i terreni ad uso civico, di cui il Trentino è ricchissimo. Lavorare sull’amministrazione territoriale, secondo me è un filone molto promettente, dove si può fare tanta ricerca, tanta pratica e si collega tantissimo alla questione dei beni comuni. Abbiamo anche questo progetto dove facciamo delle azioni di raccolta di rifiuti in natura e di analisi ambientali partecipate, con l’idea di voler uscire, di andare fuori sul territorio. Non tutto deve avvenire in sede. Usiamo tutta una serie di strumenti per andare sul territorio, per portare le persone a impossessarsi di nuovo anche del paesaggio. C’è una cultura dell’outdoor apparentemente molto forte, ma in realtà crediamo che l’elemento naturale sia qualcosa sottomesso all’uomo e a disposizione dell’umano. Lavorare sul rompere questa divisione, re-immaginarla, anche utilizzando strumenti creativi, andando fuori, nel paesaggio, sul territorio per riscoprirlo attraverso le attività e qualcosa su cui vogliamo lavorare sempre di più».

Che linguaggi e azioni usate per mettervi in dialogo con il vostro pubblico?

«Ci sono molti eventi di stampo divulgativo che avvengono all’interno de La Foresta, anche grazie ai gruppi che ci sono al nostro interno. Poi ci sono i social media. Ci troviamo in un territorio piccolo, dove il pubblico viene sempre conteso dalle realtà più attive. C’è sempre quest’ansia di dire che c’è una grande partecipazione e che per ottenerla dobbiamo comunicare di più, meglio, essere più sistematici».

Avendo voi tante attività, secondo voi come si misura la qualità di una proposta artistica e culturale?  

«Non lo so, tutti guardano I numeri, la partecipazione, però personalmente vedo che questo modo di riflettere o di percepire sia una cosa che non funziona, che è tossica. Ti mette ansia. Ti spinge a cercare di programmare quando gli altri del territorio non hanno attività, a immaginare progetti per un pubblico intergenerazionale, per avere diverse persone che partecipano.

Credo che dovremmo liberarci da questa cosa del numero di persone che partecipano. La qualità di quello che viene offerto cambia anche in base alle persone che partecipano. Fai un concerto e arrivano 30 persone invece di 80 persone. Creerà una situazione più intima, più a contatto, una cosa che spesso le persone apprezzano. Preferisco pensare che chiunque partecipa è il benvenuto e la benvenuta e quello è il numero giusto di persone. Gli altri avranno avuto meglio da fare e va bene così.

Più che il numero è il feedback delle persone la cosa più importante per noi. Se un ragazzo che arriva dal centro di salute mentale mi dice che qui da noi si sente accolto e non stigmatizzato questa è la cosa di maggiore valore. O persone che ci scrivono dicendo quanto La Foresta sia importante nella loro vita. Non sono tanti ovviamente, sono esternazioni diradate nel tempo, però sono di una profondità molto grande e ci prestiamo molta attenzione».

Come lavorate alla sostenibilità del vostro progetto?

«Abbiamo un finanziamento base da parte del Comune di 25 mila euro a cui poi si aggiungono altre cifre in caso di progetti specifici e attività pilata su target interessanti. Lavoriamo tantissimo con finanziamenti pubblici e partecipiamo a bandi ovviamente. Cerchiamo di garantire a chi lavora a La Foresta una retribuzione giusta e per portare avanti i progetti anche quando i finanziamenti si esauriscono. Con i 25 mila euro di base viene pagata l’assicurazione, la commercialista, una parte della comunicazione, le pulizie. E tutto quello che avanza alla fine dell’anno viene spartito fra le persone che fanno parte del gruppo di mantenimento, che è quel gruppo che si occupa di burocrazia, che risolve i problemi, che incontra il Comune, che cerca finanziamenti, che scrive bandi, che fa tutte quelle cose che nessuno vuole fare ma che vanno fatte.

Non possiamo fare bar perché ce n’è uno all’interno della stazione e non ci è consentito ovviamente fare concorrenza per l’accordo di comodato con RFI. In occasione degli eventi ci sono delle entrate grazie alle offerte.

Ora c’è anche un progetto europeo che per i prossimi tre anni e mezzo permette di creare cinque contratti di lavoro più altri due per un’associazione che fa parte del gruppo. Sono contratti di diversa natura, alcune persone lavorano full time, alcune part time, alcune meno di part time. Però iniziano ad esserci i primi stipendi, quindi penso che, anche guardando sempre I bilanci annuali negli ultimi tre anni, c’è stata sempre una crescita.

Il comodato d’uso inoltre si basa su un accordi di 9 anni + 9. È un tema fondamentale per noi, per la nostra esistenza e sostenibilità.

È partito nel 2018, quindi la prima tranche finisce nel 2027. Se la Rete Ferroviaria Italiana decidesse di terminare il contratto di comodato sarebbe un disastro ovviamente, perché dovremmo chiudere e smontare tutto quello che si è costruito. Sicuramente dovremmo lavorare in modo che questa cosa non succeda.

Potenzialmente si guarda fino al 2036, però dal 2018 al 2021, quando è iniziato effettivamente il progetto qua nello spazio, è passato un sacco di tempo a causa del Covid. Di fatto ci siamo bruciati in quei primi anni di comodato.

Oltre tutto ci piacerebbe trovare una casa de La Foresta dove poter ospitare tutte le persone che fanno servizio civile, Erasmus Plus, che vengono qua per lavorare al progetto europeo nei prossimi anni. Il tema della casa sicuramente è importantissimo. Permetterebbe alle persone che vogliono fare dell’attivismo nella loro vita di poter partecipare dovendo pagare un affitto. Stiamo studiando e lavorando ad un progetto specifico per cercare di tradurre nel linguaggio legale italiano il modello del Mietshäuser Syndikat tedesco, che è riuscito negli anni, negli ultimi vent’anni, a sottrarre al mercato immobiliare 240 case, appartamenti e ad utilizzarle per scopi sociali e culturali. Riuscire anche in Italia a dare vita a un movimento di co-housing, dove effettivamente si lavora con questi strumenti legali sarebbe bellissimo. Speriamo di riuscire a creare un paio per iniziare ed è un tema importante per la sostenibilità».


Perché siete un esempio per un altro spazio, per altri spazi?

«Siamo un esempio per altri spazi per il modo in cui siamo riusciti a creare un rapporto di fiducia con la pubblica amministrazione, questa sicuramente è la cosa di cui vado più fiero personalmente. Ci tengo tantissimo a questo aspetto. E anche per la metodologia interna utilizzata per prendere decisioni, per mediare l’assemblea, per tutto quello che riguarda la quotidiana amministrazione collettiva di uno spazio. Siamo sempre contenti di ricevere visite, condividere il progetto di cogestione, di mettere a disposizione questi strumenti perché altre persone possano creare uno spazio simile altrove».

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