Le Serre dei Giardini – Serra Madre – Bologna

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Hangar Piemonte
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Intervista a Nicoletta Tranquillo, co-fondatrice di Kilowatt e curatrice di Serra Madre (spazio in Le Serre dei Giardini)
Sito: https://leserredeigiardini.it/
INDICE
- Com’è nata la vostra realtà e partendo da quali bisogni?
- Che forma giuridica avete assunto?
- Quali relazioni avete costruito con il territorio e le istituzioni?
- Quali sono le attività che hanno una maggiore ricaduta?
- Quali sono i messaggi e le tematiche più importanti che volete divulgare?
- Come si riconosce la qualità di un prodotto o progetto culturale?
- Come lavorate alla sostenibilità del vostro progetto?
- Perché siete un esempio per gli altri spazi?
Quando e da che bisogni vostri e del territorio è nato lo spazio?
Le Serre dei Giardini nascono 12 anni fa circa, in un mondo che non è il presente. La rigenerazione urbana non era così diffusa, si iniziava a parlare di innovazione sociale, di sharing, di condivisione. Era un mondo molto diverso da quello di oggi. C’era bisogno per noi e per il territorio di avere un luogo in cui poter parlare, approfondire, sperimentare anche concretamente modelli organizzativi, di produzione del valore, modelli di relazione ed educativi diversi da quelli dominanti e che fossero basati sulle relazioni, sulla condivisione, sul pensiero ecologico.
La nostra impact vision ai tempi era dare al lavoro la stessa qualità del tempo libero, volevamo un luogo dove lavoro e tempo libero potessero mescolarsi puntando su un’alta qualità relazionale. E quindi da lì nasce un posto che ha un co-working, un ufficio, un asilo, pensato in particolare per chi lavora qui ma anche per la città, un orto, uno spazio per eventi culturali, un incubatore per start-up ad alto impatto sociale e ambientale. Uno spazio con molto verde, opere d’arte che erano parte integrante della rigenerazione e una programmazione culturale sempre gratuita e aperta, 360 giorni all’anno.
Abbiamo voluto e messo a disposizione un wifi aperto, le prese per la corrente in tutto lo spazio in modo che fosse veramente una restituzione alla città di uno spazio pubblico. Negli anni ovviamente, venendo abitato dalle persone, abbiamo man mano usato questo spazio anche come piattaforma privilegiata per rintracciare bisogni emergenti. E quindi lavorare poi con le persone che portavano questi bisogni, che condividevano nuovi modi di pensare, di vivere, nuove visioni.
Le Serre è una piattaforma abilitante, privilegiata, per intercettare questi soggetti e poi con loro pensare anche a rinnovarci costantemente.
E Serra Madre, il nuovo spazio, va ulteriormente in questa direzione. Negli anni abbiamo osservato come questo luogo fosse anche uno spazio di riconnessione con la natura in città e quindi come ci fosse questo bisogno. Poi ci occupiamo anche di temi legati al cambiamento climatico e quindi abbiamo capito come per affrontare una transizione ecologica, che sia anche una trasformazione, bisogna lavorare anche sul piano culturale, per immaginare nuovi futuri, nuovi modi di fare le cose, di stare al mondo.
Da qui l’idea di aprire un altro luogo all’interno delle Serre che ancora non era stato rigenerato, un nuovo spazio per fare ricerca e sperimentare modi di pensare ecologico partendo da un approccio transdisciplinare, che è l’altro elemento che caratterizza le Serre.
I vari spazi e servizi che caratterizzano il nostro luogo come l’asilo, l’orto, il co-working, non sono compartimenti stagni, si nutrono l’un l’altro. Altro elemento che ritorna in Serra Madre. Per esempio la Scuola di Resilienze, al suo secondo anno, è una summer school in cui si parla di ecologia, ogni anno con un taglio un po’ diverso. L’anno scorso si parlava di neutralità climatica e quest’anno si parla di relazioni rigenerative, quindi si parla di ecologia, di sostenibilità, ma con un approccio transdisciplinare e soprattutto con un tentativo di decostruire quello che sappiamo della sostenibilità per ricostruirlo su altre basi che tengano dentro un pensiero decoloniale, un pensiero femminista, un pensiero intersezionale, uno sguardo critico alla transizione ecologica. Ed è transdisciplinare perché mette dentro ricercatori, ricercatrici e artisti e artiste che parlano di questo tema insieme.

Che forma organizzativa avete?
Siamo una cooperativa, un’organizzazione ibrida. Fin dall’inizio l’abbiamo costruita così, perché il modello organizzativo era un punto importante del nostro pensiero. Perché siamo una cooperativa di lavoro che possiede al cento per cento un’associazione e una SRL. Siamo un modello ibrido in cui le attività più for profit riescono a bilanciare le attività non profit in una forma organizzativa totalmente democratica, ma anche non volta al profitto perché le cooperative poi non dividono utili.
Come lavorate alla sostenibilità del vostro progetto?
È un modello ibrido. In parte dal bar, in parte dalle attività a mercato: facciamo consulenza, incubazione. In parte dai bandi. Poi abbiamo una piccolissima parte di sponsorship, le rette dell’asilo. Ci sono attività più non profit, attività profit e attività for profit. E in tutto ciò questo ci permette di tenere le attività culturali gratuite.
Nonostante la programmazione estiva sia molto ricca. Nei mesi da maggio a settembre ogni giorno c’è un evento. Adesso con Serra Madre puntiamo ad avere una programmazione anche invernale. Finora non avendo uno spazio al chiuso era difficile pensare a una programmazione culturale anche invernale, ma dal 12 settembre, quando abbiamo inaugurato il nuovo spazio, possiamo pensare anche a offrire momenti in inverno.
Che relazioni avete con le istituzioni e con il territorio e quali pensate siano le vostre attività che hanno una maggiore ricaduta?
Siamo uno spazio del Comune, non paghiamo l’affitto perché abbiamo in cambio riqualificato l’immobile con investimenti nostri. Detto questo, non abbiamo altri rapporti, nel senso che come tutti gli operatori culturali, partecipiamo ai bandi, abbiamo una convenzione. Certo c’è un buon dialogo, siamo riconosciuti e siamo un punto di riferimento per i cittadini di Bologna. Tantissimi studenti vengono qui a studiare. Vengono molte famiglie anche.
A livello di ricadute sul territorio delle nostre azioni direi che la programmazione culturale, gli spazi attrezzati liberamente fruibili sono una cosa molto apprezzata. Ogni anno facciamo dei questionari che ci permettono di redigere anche il nostro bilancio sociale (consultabile per approfondimenti qui) e il tema di poter venire, immergersi nel verde, in un luogo molto libero dove non si deve consumare per forza è una cosa estremamente apprezzata.
Inoltre c’è un pubblico crescente che apprezza l’offerta culinaria, vegetale, biologica, non il tradizionale vegetariano, ma con un pensiero ecologico dietro.
Quali sono le tematiche più importanti che trattate?
Da tre anni facciamo un festival sul pensiero decoloniale, antirazzista che si chiama “Spore” ed è sempre molto seguito da un target di persone che vengono dalla diaspora o comunque razzializzate. Inoltre da un paio d’anni lavoriamo anche sui temi di genere, abbiamo un festival dedicato, incentrato sui temi femministi.
E poi, ancora una volta, l’idea di venire in uno spazio dove c’è sempre un’attività culturale, dove ti puoi rilassare. Il tema proprio dell’uso dello spazio in sé è rilevante. Un’idea di gestione dello spazio urbano, dove il verde è predominante, dove non sei indirizzato a fare una cosa per forza, come poi tutti gli spazi invece sono pensati, Un luogo che è l’equivalente delle piazze che non esistono più.
Quali linguaggi usate maggiormente per divulgare i vostri messaggi?
Non abbiamo un linguaggio predominante, anche perché non veniamo direttamente dall’arte. Abbiamo sempre curato dei programmi culturali, quindi non abbiamo un linguaggio solo. Sicuramente il cinema è sempre stata una parte importante delle nostre proposte, tanto che abbiamo da un po’ di anni una collaborazione con Mubi, la piattaforma di cinema.
Una volta a settimana, per tutta l’estate, ci sono serate e abbiamo un cartellone di cinema sempre molto apprezzato.
Però non c’è un linguaggio prioritario, ci sono dei temi che vengono affrontati con vari linguaggi. Presidiamo i contenuti e lavoriamo con gli artisti. Musica, performance, talk, formazione.

Come si capisce se un prodotto, progetto, una proposta culturale è di qualità?
Credo che dentro a “Le Serre” risponderebbero tutti in modo diverso. Io guardo ai contenuti, alla ricerca che c’è dietro, a come vengono realizzati e a se quella proposta è già vista o meno.
Il tema della ricerca sul linguaggio, la capacità di arrivare al pubblico in modo non scontato. Rispondo così perché la mia è una formazione più tecnica, quindi prima di tutto guardo i contenuti. Che arrivano al nostro pubblico grazie a diversi modi di comunicare.
Prima di tutto condividendo le informazioni nello spazio, poi un po’ sui vari canali social e nelle varie newsletter.
Vogliamo però lavorare ad ampliare i nostri pubblici, finora l’abbiamo fatto poco.
Il festival Spore è un esempio di azione di questo tipo, di allargamento del pubblico. Lo vogliamo fare attraverso una programmazione più trasversale di qualità. Ci piace che qui ci sia un mix di contenuti e progetti.
Secondo voi perché siete un esempio per gli altri spazi?
La cosa più interessante credo che sia il modello organizzativo e il consolidamento aziendale. In Kilowatt abbiamo tutti un contratto a tempo indeterminato e una solidità di budget. Una cosa rara nel mondo culturale. La nostra capacità di affiancare alla parte culturale e di ricerca una solida parte manageriale, organizzativa, economico-finanziaria, è l’elemento che ci contraddistingue.
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