Megatrend, immaginazione e cultura

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Hangar Piemonte
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Ripensare il futuro oltre l’Agenda 2030
«Le grandi sfide di cui tutti parliamo, i megatrend, sono tutte crisi di secondo ordine. Sono figlie di una grande crisi di primo ordine, che è la crisi dell’immaginazione».
Mario Calderini, professore ordinario presso la School of Management del Politecnico di Milano, dove insegna Social Innovation, e direttore di Tiresia, il centro di ricerca sull’innovazione e la finanza a impatto sociale, con il suo contributo mette radicalmente in discussione il modo in cui oggi proviamo a leggere il futuro.
Per Calderini, infatti, il nodo centrale del presente non riguarda soltanto il cambiamento climatico, le disuguaglianze o le trasformazioni tecnologiche, ma la perdita collettiva della capacità di immaginare futuri alternativi: «Siamo finiti in un mondo in cui è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo».
È qui che il discorso sui megatrend cambia radicalmente direzione. Perché, secondo Calderini, il rischio è che questi strumenti — così come gli stessi SDGs — finiscano per produrre esercizi previsionali chiusi dentro i paradigmi dominanti. «Se ci mettiamo sui megatrend e basta, cerchiamo soluzioni dentro uno spazio già perimetrato e reso angusto dai modelli economici che hanno completamente condizionato la nostra immaginazione». La questione, quindi, non è soltanto capire il futuro, ma recuperare la capacità di desiderarlo diversamente.
Questa intervista si inserisce nel percorso di ricerca e confronto avviato da Hangar Piemonte per mettere in relazione gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 con i megatrend europei che stanno ridefinendo il presente. Un lavoro che coinvolge istituzioni, centri di ricerca, organizzazioni culturali e soggetti provenienti da ambiti differenti, chiamati a interrogarsi non solo sulle trasformazioni in corso, ma anche sugli strumenti necessari per immaginare scenari futuri.
Oltre gli SDGs: la fine della fase “evangelica”
Anche la lettura dell’Agenda 2030 si inserisce dentro questa riflessione più ampia. Calderini ne riconosce il valore storico e politico, ma sostiene che oggi sia necessario andare oltre: «L’Agenda 2030 ha avuto uno straordinario potere di allineamento. Ha costruito un linguaggio comune e una base condivisa di comunicazione». Il successo degli SDGs, prosegue il professore, è stato proprio quello di creare una grammatica comune capace di attraversare paesi, istituzioni e mondo economico. Ma questo processo, oggi, starebbe entrando in una nuova fase: «L’Agenda 2030 è stata un grande motore di allineamento politico. Però le agende del futuro, quando si avvicinano alla scadenza, esauriscono la loro funzione».
A cambiare è stato soprattutto il rapporto tra sostenibilità ed economia: «A partire dall’ottobre 2024 c’è stata un’inversione dello spirito dei tempi molto rapida». La sostenibilità, che per anni aveva rappresentato un imperativo condiviso del mondo economico, ha iniziato a subire una forte reazione critica. «All’inizio sembrava semplicemente un disingaggio del business dalle grandi sfide. In realtà oggi stiamo vivendo una fase diversa e più interessante». Per Calderini, infatti, il ridimensionamento della retorica sulla sostenibilità avrebbe prodotto anche un effetto selettivo. «Sono rimasti quelli realmente coinvolti. È un impegno meno universale, ma più forte».
Allo stesso tempo, l’invito è di guardare il fenomeno fuori da una prospettiva esclusivamente occidentale: «Mentre Europa e Stati Uniti vivevano questa reazione anticorpale contro la sostenibilità, in altri contesti — dalla Cina agli Emirati Arabi — uscivano nuove direttive sulla sostenibilità. Se guardi il fenomeno su scala globale, la storia è molto più complessa».
Per questo, sostiene, oggi «la cosa migliore da fare con gli SDGs è probabilmente smettere di nominarli continuamente». Non per negarne il valore, ma perché il rischio è che perdano forza simbolica e capacità trasformativa. «La fase evangelica dell’Agenda 2030 ha funzionato. Ma se continuiamo a usare quel linguaggio senza evolverlo, ne rimane solo la vuotezza».
Megatrend, utopie e distopie e il valore della cultura
Anche rispetto ai megatrend, Calderini propone un ribaltamento metodologico. «Questi esercizi di foresight partono dal presente e cercano di proiettarsi nel futuro. Io penso invece che oggi dovremmo aggrapparci alle utopie e alle distopie». Per Calderini, infatti, la costruzione di futuri alternativi non può nascere esclusivamente da dati, modelli previsionali o scenari economici. «Le utopie e le distopie si trovano nella letteratura, nella musica, nell’arte figurativa».
È qui che entra in gioco la cultura, non come ornamento del dibattito pubblico ma come spazio fondamentale di produzione di immaginazione. «Margaret Atwood, ne “Il Racconto dell’Ancella”, contiene più futuro di moltissimi esercizi previsionali». La proposta è radicale: invertire il processo attraverso cui immaginiamo il futuro. «Non partire dal presente per proiettarsi avanti, ma sedersi dentro un’utopia o una distopia futura e poi ricostruire a ritroso ciò che servirebbe fare oggi per arrivarci».
Una prospettiva che entra profondamente in risonanza con il lavoro che Hangar Piemonte porterà al centro della terza edizione di Bussola, l’evento nazionale dedicato all’intersettorialità, alla cultura e alla leadership trasformativa, in programma il 15 e 16 giugno 2026 alla Reggia di Venaria Reale. Un appuntamento che, proprio a partire dagli Obiettivi dell’Agenda 2030 e dai megatrend globali, proverà a interrogarsi su come costruire nuove capacità di lettura e immaginazione collettiva.
Le disuguaglianze come grande frattura contemporanea
Dentro questo quadro, Calderini individua comunque alcune traiettorie prioritarie. «In questo momento il tema delle disuguaglianze e delle lacerazioni sociali è cresciuto di centralità, finalmente, e si è pienamente integrato con il dibattito sul il climate change». Una posizione che collega direttamente la crisi della sostenibilità alla mancata attenzione per il cosiddetto “dividendo sociale”. «Politicamente, abbiamo costruito una narrativa fortemente polarizzata sulla transizione verde, lasciando la dimensione sociale sullo sfondo».
Disuguaglianze, esclusione, invecchiamento della popolazione e trasformazioni demografiche diventano quindi fenomeni strettamente intrecciati. «La questione demografica è molto sottovalutata». Accanto a questi temi, Calderini individua un altro nodo destinato a diventare centrale nei prossimi decenni: l’acqua. «L’acqua sarà il grande tema dei prossimi cento anni».
Cultura come spazio antagonista e generatore di futuro
Sul ruolo della cultura Calderini non ha dubbi: «La prima funzione della cultura è combattere la crisi dell’immaginazione, che è la crisi primaria da cui discendono tutte le altre». Per farlo, secondo il professore, la cultura deve tornare a essere uno spazio capace di produrre visioni radicali, desideri e rotture di paradigma. «L’unico luogo in cui oggi si generano prospettive sul futuro è la dimensione creativa, artistica e culturale».
Ma questa produzione culturale non coincide necessariamente con i luoghi istituzionali della cultura. Anzi, Calderini insiste più volte sulla necessità di spostare lo sguardo verso margini, antagonismi e forme spontanee di produzione culturale: «Dobbiamo rivolgerci all’antagonismo sociale, al movimentismo, alla produzione indipendente. Se vuoi capire il futuro delle periferie milanesi, per esempio, devi leggere i temi dei ragazzi delle scuole elementari di quelle aree».
Per Calderini, la cultura capace di generare trasformazione si trova spesso fuori dai luoghi codificati della produzione culturale. «La grande questione è capire come utilizzare quella cultura dei margini senza contaminarla attraverso l’osservazione». Una riflessione che apre interrogativi profondi anche sul ruolo delle istituzioni culturali, dei processi partecipativi e degli stessi strumenti con cui oggi proviamo a costruire innovazione sociale: «Il rischio è selezionare sempre le stesse persone, i giovani già addomesticati dal sistema».
Per questo, conclude, la sfida non è soltanto produrre cultura, ma costruire spazi capaci di mantenere aperta la possibilità dell’imprevisto, dell’alterità e dell’immaginazione radicale. «La cultura deve dare casa ai vinti, agli esclusi, agli apocalittici rispetto agli integrati. Deve ricostruire connessioni sociali e meccanismi di rappresentanza che oggi si stanno sgretolando».
È in questa tensione — tra crisi dell’immaginazione e necessità di nuovi futuri — che il discorso sui megatrend smette di essere un esercizio tecnico e torna a essere una questione profondamente culturale e politica.
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