22 Ottobre 2024

Accompagnamento

Teatro Koreja – Lecce

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Intervista a Anna Petrachi, responsabile progetti e Paola Pepe, responsabile ufficio stampa di Teatro Koreja

Sito: https://www.teatrokoreja.it/

INDICE

  1. Com’è nata la vostra realtà?
  2. Che rapporto avete con il territorio e con il vostro pubblico e a che bisogni rispondete?
  3. Che rapporto avete con le istituzioni?
  4. Come lavorate alla sostenibilità del vostro ente?
  5. Quali sono i messaggi importanti che volete divulgare con le vostre attività?
  6. Che linguaggi usate?
  7. Come si riconosce la qualità di un progetto o prodotto culturale?
  8. Perché siete un esempio per altri spazi e realtà?

Come e perché è nata la vostra realtà?  

 «Siamo nati nel 1985, non a Lecce, dove ora abbiamo la sede, ma in un paesino piccolino a 30 chilometri a sud: Aradeo.  Nasciamo grazie alla follia di Salvatore Tramacere, che è ancora il nostro direttore artistico, che incontra un gruppo, l’Odin Teatret, il teatro di Eugenio Barba, e incomincia a sperimentare le prime forme di teatro sperimentale. Nel 1982 nasce l’associazione e nel 1985 prende la forma giuridica di società cooperativa a tutti gli effetti. Nel 2015 ci siamo poi resi conto che ci occupiamo molto di sociale e quindi abbiamo modificato lo statuto aggiungendo la qualifica di impresa sociale iscrivendoci al RUNTS. E siamo ancora prevalentemente donne. Questa è una cosa estremamente importante anche nella compagine sociale. 

Nasciamo però in un momento in cui nel nostro sud non esiste teatro. O meglio, l’unica forma teatrale è quella legata alla Taranta. Era l’unica tradizione teatrale presente, non esistevano altri tipi.  È un tema molto importante per la nostra storia. Per noi la storia del teatro contemporaneo ha una grossa rilevanza e infatti abbiamo anche un archivio, riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali e dalla Soprintendenza archivistica regionale, che ci restituisce buona parte di quelli che poi sono diventati dei nomi che poi sono diventati importanti nel campo del teatro contemporaneo. Sconosciuti all’epoca, soprattutto in questo territorio, ma che nel tempo sono diventati artisti e personaggi riconosciuti a livello internazionale.   

Koreja nasce come compagnia teatrale artigianale e uno dei suoi obiettivi è la ricerca di linguaggi teatrali. La nostra caratteristica è che anche oggi siamo legati ad un fare artigianale che rappresenta un valore». 

La compagnia resta ad Aradeo fino al 1996 in affitto in una bellissima masseria fino a quando il proprietario non ha deciso di destinare lo spazio ad altro, sebbene ora sia un luogo del tutto abbandonato di cui poi non si è fatto nulla.  

Il gruppo inizia a cercare un nuovo luogo che possa ospitare le proprie attività e trova, nella periferia di Lecce, una fabbrica di mattoni dismessa, nel quartiere Borgo Pace.  

Abbiamo comprato questa fabbrica facendo debiti bancari, mutui. E l’abbiamo trasformata. Sono intervenute una serie di persone, ma soprattutto lo sguardo dell’architetto e docente di Architettura e Design alla Sapienza di Roma Luca Ruzza che nel frattempo aveva seguito l’Odin Teatret e la ristrutturazione di altri teatri. Con lui abbiamo iniziato a creare un teatro a 360 gradi. 

Un luogo pensato per la residenza, per la produzione, per lo studio, la ricerca e la sperimentazione teatrale. Non uno spazio dove arrivare, montare la scena, performare e andare via, ma un teatro per fermarsi.  L’apertura ufficiale è avvenuta nel 1997.  

Ci troviamo nel quartiere Borgo Pace, un paese nella città. Aveva una sua storia, una comunità nella grande comunità leccese. Arrivati qui abbiamo iniziato a farci conoscere dagli abitanti del posto e dall’esterno producendo spettacoli, facendo laboratori, realizzando stagioni teatrali per le famiglie, per gli adulti, per tutti i tipi di target. 

 Arrivava gente da tutto il mondo, arriva tuttora. Ci piace pensare, ma non diciamo il falso se diciamo questo, che questo borgo si è riqualificato anche per merito del teatro, perché è cambiata proprio la connotazione di questo borgo che ora è tornato ad essere della città e nella città. Sono state costruite palazzine, nati negozi, ristoranti, alberghi. C’è anche stato un recente progetto del Comune di Lecce che ha riqualificato l’area, intervenendo su piste ciclabili, verde pubblico e quant’altro. 

Restiamo un teatro della periferia, ma quando oggi arrivano le compagnie non riconoscono una periferia perché non c’è senso di abbandono. La cosa bella è che siamo cresciuti insieme alla comunità di Borgo Pace: abbiamo fatto un sacco di lavori con la comunità, abbiamo realizzato tanto, proprio coinvolgendo gli abitanti di questo luogo, facendo laboratori, residenze con loro, spettacoli. 

La storia di Teatro Koreja è lunga e articolata e affonda le sue radici negli anni Ottanta in una Puglia poco avvezza al teatro sperimentale. C’era bisogno di voi nel vostro territorio? C’era bisogno di questa realtà? E oggi? Che rapporto avete con il vostro pubblico ora?

 «No, non c’era questa esigenza. Nasciamo dalla follia di quattro persone. Oggi invece sì, il bisogno c’è e noi ci lavoriamo molto. Sia sulla richiesta che sul crearlo. 

Lavoriamo molto sul sottolineare l’importanza del teatro, sul renderlo un linguaggio, sul far sì che possa arrivare a tutti. Per noi è importante comunicare che restituisce benessere. Se noi oggi fallissimo la comunità si ribellerebbe. Oggi la comunità difende il nostro lavoro, sente che siamo un centro importante di cultura. Ma abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare molto per ottenere questo riconoscimento.

Siamo entrati nelle case di chi abita qui con degli spettacoli itineranti, li abbiamo fatti uscire dalle loro abitazioni, li abbiamo fatti diventare attori, partecipanti a spettacoli di comunità. Oggi siamo una realtà che è riconosciuta anche dai cittadini. Sapete come ci siamo resi conto che Koreja era cresciuta? Leggendo gli annunci di chi vendeva le case in quest’area! Perché citano che l’immobile è vicino al teatro e lo segnalano come punto a favore. È una cosa buffa di cui è difficile avere coscienza. Però è leggendo come gli altri ti percepiscono che ti rendi conto di quali cambiamenti sono avvenuti. Quando siamo arrivati qui c’era un motel a ore. Ora è un vero e proprio Hotel. E secondo noi questo restituisce un processo che si è innescato in qualche modo».  

Un processo fatto di sperimentazioni, tentativi, coinvolgimento diretto della comunità. Di relazioni, insomma. A questo proposito, come vi relazionate con le istituzioni? 

«Il Ministero della Cultura ti riconosce nel momento in cui hai una certa quantità di spettacoli. È una questione di quante repliche, in quante città, regioni, in Italia e all’estero. Nei primi anni 2000 siamo diventati teatro di ricerca e sperimentazione e nel 2015 siamo diventati centro di produzione riconosciuto dal Ministero. Questo riconoscimento è anche economico. A questo si aggiunge un rapporto che abbiamo coltivato e curato moltissimo negli anni con la Regione Puglia, la quale corrisponde un contributo. Abbiamo invece avuto per diversi anni problemi con il Comune di Lecce. Ora sono risolti e siamo convenzionati. Ha un grande valore, non tanto economico quanto simbolico. 

Riconoscono Koreja come un teatro della città, così come lo è il Teatro Apollo che ospita la tradizione o il Paesiello. A Lecce c’è quindi una rete di teatri nei quali c’è la sperimentazione, la danza. È una città con un fermento culturale molto vasto».  

Le relazioni con le istituzioni per Koreja sono importanti, anche dal punto di vista della sostenibilità economica.   

«La sostenibilità arriva dal mecenatismo pubblico: dal Ministero, dalla Regione e in piccola parte dal Comune. Poi quando facciamo gli spettacoli, le rassegne, il teatro scuola, i laboratori, si paga un biglietto. C’è poi la progettazione e la partecipazione a diversi bandi che ci permettono di finanziare le attività o gli interventi sulla struttura. 

Grazie a bandi e a progetti abbiamo costruito una foresteria all’interno dei nostri spazi dove possiamo ospitare le compagnie o gli artisti in residenza. C’è anche una caffetteria dove le compagnie mangiano, con una persona che cucina ogni giorno i prodotti dell’orto. La foresteria e la caffetteria volendo sono anche aperte anche al pubblico anche se, per adesso, lo teniamo come spazio per le compagnie. Abbiamo però degli spettatori che ogni tanto ci telefonano e chiedono se possono venire a mangiare da noi. E che si presentano con le nespole raccolte dal loro orto».  

Quali sono i messaggi per voi importanti da divulgare attraverso le vostre azioni e attività? 

«Facciamo un lavoro di formazione del pubblico e di educazione e i messaggi sono quelli che ormai ci appartengono da decenni. L’inclusione, il riconoscimento delle diversità come valore e non come disprezzo. La parità di genere. Per fare un teatro bisogna partire dall’uomo. Quindi tutto quello che ruota intorno all’essere umano. Partendo dal benessere e dalla cura. I temi per noi importanti si riconoscono nelle nostre produzioni e persino nel luogo stesso.  Koreja è infatti riconosciuto come un eco-teatro sin dalle sue origini. Questa cosa è molto importante perché rispecchia la nostra visione dell’ambiente. Dall’inizio utilizziamo un sistema di riscaldamento particolare che consente di sprecare pochissimo. Non ci sono barriere architettoniche. È stato pensato da subito così, quindi con tutta una serie di accortezze e cura, la cura che mettiamo nelle cose per pensare all’altro, a quello che viene da fuori, che non è un individuo canonico e standard ma è una persona nella sua globalità, con tutte le complessità che può portare. Siamo stati i primi in Puglia ad avere un riconoscimento come spazio family friendly perché abbiamo uno spazio con fasciatoio, pannolini a libero uso, salviette, tutto quello che può agevolare la maternità e la presenza delle famiglie negli spazi, come il luogo dove lasciare I passeggini. Nel bagno delle donne ci sono gli assorbenti a libero uso, stiamo lavorando per la creazione di un bagno gender free. Ci interessa mettere in campo una serie di processi inclusivi dell’essere umano, in tutte le sue forme». 

Quali sono i linguaggi più efficaci per comunicare col vostro pubblico? 

 «Se parliamo di linguaggi artistici, il teatro ovviamente. Se invece parliamo di comunicazione con il pubblico facciamo tantissime azioni. Dai social a tutta la comunicazione offline che si può utilizzare, al merchandising, ma anche flashmob in cui coinvolgiamo il pubblico per strada e promuoviamo la stagione. Andiamo per strada o recitiamo nei grandi magazzini per incuriosire e portare il pubblico a teatro. Di fatto usiamo il linguaggio teatrale per arrivare in modo più diretto alle persone. Per noi sono azioni che si legano anche al benessere e al welfare perché, per esempio, andiamo negli ospedali. Certo è promozione, ma non solo». 

Per Teatro Koreja come si riconosce la qualità di un prodotto, progetto, proposta culturale e come si riconosce?   

«Dopo tanti anni, si ha un’esperienza che permette di capire se qualcosa è di qualità o meno. E poi si partecipa sempre a festival e manifestazioni per tenersi aggiornati. Inoltre, noi ospitiamo molte altre produzioni con cui possiamo dialogare e confrontarci.  Per noi la cosa importante è trasmettere dei messaggi al pubblico. Ed è la risposta del pubblico che ci conferma se il processo ha delle risposte positive. Coinvolgiamo anche direttamente gli spettatori nei processi, facendo vedere delle anteprime, delle prove, cercando di capire il loro gradimento. Quando vedi un nostro spettacolo non vogliamo un rapporto asettico. Non è un “entri nel foyer, fai il biglietto, entri nel teatro, esci e vai via”. C’è un discorso preparatorio e di coinvolgimento del nostro pubblico molto prima dell’ingresso al teatro. Ci piace dialogare e organizziamo incontri con noi o con le compagnie ospiti dopo gli spettacoli.  Non lavoriamo con grandi nomi noti che portano gente e infatti abbiamo un teatro da duecento posti. Non ci interessa il commerciale, quello che ci interessa è il processo.  

Questa cosa della qualità è molto complicata perché il processo di restituzione è a lunghissimo termine. Capisci che hai seminato quando, dopo dieci anni, riconosci la persona che viene a vedere uno spettacolo. Come il ragazzino che ha partecipato alla rassegna domenicale e torna, un uomo di trent’anni, e ti dice che il nostro posto l’ha sempre portato nel cuore, pur studiando fuori. È successo ed è quella cosa che non riesci a scrivere nel box di un progetto ma ti permette di capire che la qualità c’è stata se avviene una cosa così. È una costruzione di comunità e di identità, quel ragazzo si riconosce nello spazio, riconosce qualcosa di sé.  

La qualità alla fine la riconosci anche dalla credibilità e dalla fiducia che hai costruito con pubblico, enti ed istituzioni. Abbiamo costruito una comunità educante in tutti questi anni e lo abbiamo fatto anche basandoci su valori condivisi e sulla correttezza».  

  

Perché, secondo voi, siete un esempio per altri spazi e realtà culturali? 

«Per la cura, che parte dalla programmazione, dalla preparazione, fino all’accoglienza, fino ai servizi che offriamo. E per l’attenzione allo spazio stesso che, come abbiamo già detto, è pensato dall’inizio per essere funzionale e rispondere a tutte le esigenze di pubblico e compagnie. Perché abbiamo pensato sempre a quello che facevamo e che serviva a noi, a tutti i problemi che avevamo affrontato e che cerchiamo di  non far vivere a chi viene qui. E quando emergono nuovi problemi ne prendiamo atto e cerchiamo di capire come risolverli. C’è un pensiero dietro ogni azione che facciamo». 

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